
[di Elena Gerebizza e Giulia Franchi]
È notizia di qualche giorno fa: l’Eni convertirà la raffineria di Venezia in “bioraffineria” per produrre agro-combustibili, a fronte di un investimento di circa 100 milioni di euro e con l’ottimizzazione degli impianti esistenti. Si tratta del progetto Green Refinery, incensato dalle diverse testate e agenzie di stampa come un impianto “verde” che “consentirà di mantenere sul sito di Venezia un’attività industriale “economicamente sostenibile a lungo termine e a basso impatto ambientale”.
Tralasciando per un istante la meraviglia delle architetture semantiche che permettono senza batter ciglio di accorpare termini come “bio”, “verde” e “raffineria”, concediamoci un paio di osservazioni e qualche domanda.
Non è una novità che gli agro-combustibili, esaltati dai più come alternative ecocompatibili e pulite ai combustibili fossili, abbiano un legame diretto con l’incremento del prezzo del cibo e la crescente scarsità di terra per produrlo, così come con l’espropriazione delle terre ai contadini, la cacciata di agricoltori, pastori e comunità indigene dai loro territori e la criminalizzazione e repressione anche violenta dei movimenti sociali che si oppongono a questa forma di sviluppo.
Altrettanto noto a un pubblico informato è il fatto che gli agro-combustibili sono un mercato in espansione, promosso dalla stessa Unione Europea per garantire sicurezza energetica e riduzione delle emissioni interne di CO2, ma in realtà più funzionale a interessi speculativi che ad affrontare in maniera compatibile con l’ambiente la necessaria transizione dall’economia del petrolio.
Quel che forse non è completamente chiaro è che, se da un lato la trasformazione del modello energetico debba andare ben oltre la ricerca spasmodica di un sostituto del petrolio a basse emissioni, dall’altro investimenti “verdi” come quello proposto dall’Eni spesso contano su materie prime che provengono da paesi poveri, dove preziosi terreni agricoli sono convertiti dalla produzione di cibo a quella di carburante. Solo che il carburante non si mangia.
Questo l’Eni lo sa bene, visto che negli ultimi anni, a fianco dei tradizionali investimenti per l’estrazione di petrolio offshore, la compagnia del cane a sei zampe ha cominciato a dare segni d’interesse anche per gli agro-combustibili in molti paesi africani. Come in Angola, dove nel dicembre 2011 l’azienda ha siglato un accordo con Sonangol che prevede anche l’esecuzione di un progetto pilota di food & biodiesel per la coltivazione di 12mila ettari di palma da olio.
O come nella Repubblica del Congo, dove l’impresa nel maggio del 2008 ha firmato un’intesa con l’esecutivo locale per l’estrazione di sabbie bituminose e per la produzione di olio da palma (Food Plus Biodiesel) su una concessione di 70mila ettari, che secondo le organizzazioni della società civile e le comunità del posto metterebbe a rischio migliaia di ettari di foresta e il futuro di numerose persone per fare spazio alle piantagioni di palma da olio e all’estrazione di petrolio non convenzionale. O ancora, come dimostra il più recente interesse dell’Eni per gli sconfinati e ricchissimi terreni mozambicani.
Sarebbe interessante capire quanti contadini di quali di questi o altri paesi saranno “scomodati” per alimentare la raffineria “verde” di Venezia, quanti e quali ecosistemi saranno compromessi per far spazio alle piantagioni necessarie alla produzione di agro-combustibili, che impatto avrà questa operazione sul prezzo dei terreni a livello e la conseguente possibilità di accesso alla terra per i piccoli produttori, così come sul prezzo del cibo. E quali intermediari finanziari si stiano già muovendo per inserire il progetto nei pacchetti di investimenti “verdi” che ogni giorno sono proposti sui mercati finanziari a fondi pensione e di investimento che si dicono attenti al futuro del Pianeta.
Forse è proprio il caso di dire che non è sempre verde quel che luccica…