
[di Luca Manes] pubblicato su pagina99
Alti dirigenti della Banca mondiale, il più importante organismo multilaterale di sviluppo del pianeta, sono molto preoccupati dai possibili, radicali cambiamenti sulle modalità di concessione dei prestiti dell’istituzione. In estrema sintesi, un abbassamento degli standard interni farà sì che un’ulteriore fetta dei 50 miliardi di dollari del portafoglio annuale dell’ente sarà messa a disposizione per una lunga serie di grandi progetti estrattivi e infrastrutturali. Tutte opere che implicherebbero impatti sociali e ambientali molto estesi, riconosciuti dagli stessi esponenti della World Bank in alcune email rese pubbliche dal domenicale britannico The Observer.
In una lettera, scritta dalla vice presidente del dipartimento per la riduzione della povertà Ana Revenga, si ipotizzano “problemi legati ai nuovi progetti finanziati grazie alla revisione al ribasso delle linee guida”. Tra le ipotesi molto caldeggiate dalle alte sfere della Banca anche quella del biodiversity offsetting, tema invero sempre più caldo anche all’interno delle istituzioni europee. Un meccanismo che permette di distruggere luoghi di grande pregio naturale da una parte a patto che si “compensino” da un’altra. Una sorta di moderno cavallo di Troia per realizzare grandi progetti infrastrutturali o inquinanti lì dove i vincoli o il contesto socio-ambientale non permetterebbero un intervento in condizioni “normali”.
Per ora, riferisce ancora The Observer, non è dato sapere come e quanto siano state annacquate le linee guida. L’unica certezza è che si stia procedendo con quello che appare come l’ennesimo favore nei confronti del settore privato. Il tutto sfruttando al meglio la “scusa” della riorganizzazione interna – la World Bank è composta da varie agenzie, alcune prestano a tassi agevolati agli Stati e altre alle imprese.
Agendo su questa falsariga si metterà indietro l’orologio di almeno due decenni. Si era infatti in pieni anni Novanta quando, grazie alle decise e pressanti proteste delle comunità locali contro la costruzione della diga di Sardar Sarovar, sul fiume indiano Narmada, la Banca mondiale si dotò di regole più stringenti e meno penalizzanti per l’ambiente. Regole che non hanno mai troppo entusiasmato le imprese, divenute con il tempo i clienti più affezionati dell’istituzione.
Con il nuovo corso, appare a fortissimo rischio la rilevanza dell’Inspection Panel, l’organo semi-indipendente di indagine cui si possono rivolgere gli impattati per denunciare gli effetti dei progetti più dannosi. Dalle email confidenziali si apprende che il monitoraggio delle varie opere finanziate passerà ai manager di fondi di private equity o di banche commerciali.
La Banca mondiale non ha voluto commentare quanto trapelato, in particolare i giudizi negativi sul processo di revisione manifestati da alcuni dirigenti. L’unico messaggio uscito dagli uffici del numero 1818 di H Street a Washington è che sulla materia di svolgeranno “ulteriori consultazioni pubbliche con soggetti deputati a esprimere le loro opinioni”. Ne terranno davvero conto?