Siamo tutti filo-russi?

Percorso del South Stream
Mappa del percorso del South Stream, di Nicolay Sidorov, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

[di Elena Gerebizza e Antonio Tricarico]

Oggi giungerà a Milano Vladimir Putin per il vertice Asia-Ue. Una presenza scomoda ed ingombrante per il governo italiano tacciato da più parti di essere filo-russo per salvaguardare la sua sicurezza energetica con il gas russo, sia che Berlusconi sia che Renzi siano al governo. O quanto meno l’accusa è di essere stati ad oggi troppo soft nel criticare le recenti scorribande dell’armata rossa in est Europa.

Era l’inizio di luglio quando il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi ammetteva le  “criticità” sull’operatività del South Stream nel 2016, in seguito a una segnalazione della Commissione europea che aveva spinto il governo bulgaro a congelare le operazioni nel paese.

Il South Stream è il più grande progetto economico in ballo tra l’Unione Europea e la Russia, un gasdotto da circa 40 miliardi di euro e di oltre 2400 km che dovrebbe collegare la Russia alla Bulgaria, attraverso il mar Nero, e poi al mercato europeo attraverso i Balcani, bypassando l’Ucraina. Un progetto di fatto guidato dalla russa Gazprom (con il 50% delle azioni) e da una cordata di multinazionali europee composta dall’Italiana ENI, la francese EDF e la tedesca Wintershall. Obiettivo del progetto sarebbe proprio quello di collegare la Russia direttamente al mercato Ue, con un carico di 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno, a partire dal 2016.

Da luglio a oggi, in seguito alla crisi in Ucraina e l’intervento russo, la situazione internazionale è drammaticamente peggiorata, al punto da spingere l’Ue a definire un programma di sanzioni contro la Russia, che includono operazioni economiche e finanziarie anche nel settore energetico.

Così, da metà luglio, il Consiglio europeo ha deciso la sospensione dei prestiti nella Federazione Russa della Banca Europea degli investimenti. Nei mesi successivi una decisione simile è stata presa anche per le operazioni della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Nell’alveo delle eccezioni rimangono alcune operazioni legate a contratti già firmati, su cui il Consiglio chiede alla Commissione di procedere con decisioni calmierate e caso per caso.

Una situazione di tensione assoluta, in cui spicca come un’anomalia la posizione del governo italiano, alla guida dell’Unione europea fino al prossimo dicembre, che difende e promuove a spada tratta il South Stream. E così dopo le dichiarazioni della Guidi di quest’estate – in cui il ministro ha affermato che il South Stream rimane “un’opera di interesse strategico nazionale” e che l’Italia avrebbe continuato a spingere perché il progetto vada avanti – a metà settembre entra in scena la SACE. L’agenzia di credito all’esportazione italiana – ora controllata da Cassa Depositi e Prestiti – nel pieno della decisione politica europea di sanzionare la Russia, sta infatti considerando la concessione di una garanzia finanziaria alla South Stream Transport B.V. che violerebbe le indicazioni dell’Unione europea rispetto a nuovi accordi finanziari con il paese.

Un’operazione su cui non ci sono informazioni pubbliche. Quello che ci è dato sapere è che le agenzie di credito all’esportazione, come la SACE appunto, assicurano gli esportatori ed investitori del proprio paese principalmente contro il rischio politico con una garanzia pubblica, affiancata da una contro-garanzia da parte dello Stato che ospita le operazioni.

Forse la SACE, e quindi il governo italiano, pensa di poter procedere perché la South Stream Transport B.V. è una società veicolo, che seppure partecipata al 50% dalla Gazprom, è registrata ad Amsterdam nei Paesi Bassi, ovvero un noto paradiso fiscale, e quindi non a Mosca, aggirando così legalmente le sanzioni? O forse pensa di farlo perché l’Italia ha troppi interessi “di bandiera” in ballo per rinunciare a fare affari con i russi?

Non sarà un caso che la società italiana che ha già firmato i contratti di costruzione di 900 km di gasdotto e altre infrastrutture in mare e su terra per circa 2 miliardi di euro a marzo di quest’anno è proprio la Saipem, società del gruppo Eni e partecipata dal governo italiano. La stessa società che ha firmato (a maggio) anche gli accordi per lo sviluppo della fase II del giacimento di Shah Deniz in Azerbaijan, e per la costruzione delle opere collegate fino al confine con la Turchia, ovvero il Southern Caucasus Gas Pipeline, la prima parte dell’altro mega gasdotto che dovrebbe portare il gas azero fino in Italia – palesemente in chiave anti-russa.

In realtà nessuno dei due progetti è necessario, come dimostrano le recenti stime sul mercato del gas (vedi l’articolo uscito su L’Espresso). Il governo italiano sostiene, invece, entrambi i gasdotti in barba a questa palese contraddizione geopolitica, secondo una diplomazia dei due piedi in due staffe che da fastidio a rotazione a Washington e a Mosca. Ma molto più venalmente forse guarda solamente alle quotazioni in borsa di una delle aziende partecipate da cui percepisce lauti dividendi ogni anno. In entrambi i casi questa scelta è politicamente contraddittoria, delegittimante per la Presidenza italiana dell’Ue ed inaccettabile, perché in ultima istanza saranno i cittadini italiani – tenuti all’oscuro di queste manovre – a garantire i profitti di Eni & Co. nel South Stream.

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