Saipem perde la campagna di Russia?

Logo Saipem - particolare della foto di jasonwoodhead23 - flickr, Licenza CC BY 2.0

[di Elena Gerebizza]

A meno di dieci giorni dalla decisione del primo prestito pubblico al mega progetto di Shah Deniz nel mar Caspio – 500 milioni di euro da parte della banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, EBRD, in agenda dei direttori esecutivi per il 22 luglio – le relazioni tra Europa e Russia appaiono sempre più tese.

La notizia della chiusura del contratto tra Gazprom e Saipem per la costruzione del South Stream è quanto di più inatteso potesse accadere, specie alla luce del notevole sforzo diplomatico da parte del governo italiano per ritrovare una quadra ed evitare a Saipem di perdere un appalto da circa 2,4 miliardi di euro.

Tutto è iniziato con le sanzioni imposte dall’UE alla Russia nel testa a testa per risolvere la crisi ucraina. I primi a essersi trovati nella morsa tra UE e Russia sono stati i bulgari che, come richiesto dall’UE, hanno bloccato la costruzione del South Stream. Dopo l’uscita di Eni dal progetto, a dicembre 2014 è stato il presidente Vladimir Putin ad annunciare che non se ne sarebbe fatto più nulla, voltando le spalle all’UE e ai governi dei Balcani che avrebbero ospitato il gasdotto, per trovare accordi con la Turchia di Erdogan su un nuovo progetto, il Turkish Stream.

Un nuovo gasdotto, quindi, che dal Mar Nero avrebbe bypassato la Bulgaria per passare da Turchia e Grecia. Già a marzo il Turkish Stream veniva annunciato dai due capi di stato, mandando nel caos i governi europei e la già debole linea sulla “sicurezza energetica” che stava puntando forte sul Corridoio Sud del Gas con l’Azerbaigian (guarda l’infografica qui sotto).

Clicca per ingrandire (Infografica Corridoio Sud del Gas 1)
Clicca per ingrandire - infografica Corridoio Sud del gas (2)

Così, mentre la Commissione europea e una parte degli stati membri cercavano di mettere all’angolo la Russia, altri governi – tra cui la Turchia ma anche la Grecia e a modo suo l’Italia – tessevano le fila di nuove relazioni, rimanendo ambiguamente con un piede in due staffe. Proprio Turchia, Grecia e Italia sono tra i principali sponsor del Corridoio Sud del gas, che in Italia e Grecia si legge TAP (Trans Adriatic Pipeline) e in Turchia si legge TANAP (Trans Anatolian gas Pipeline).

Dopo la forzatura del governo italiano per autorizzare il TAP nello scorso fine aprile, è stata la Gazprom ad annunciare che Saipem era tra i migliori candidati per ottenere i contratti di costruzione del Turkish Stream. Notizia ripresa da Bloomberg che sembrava preannunciare la ritrovata quadratura tra Italia e Russia.

A fine maggio il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni si è recato a Mosca forse anche per facilitare la definizione degli ultimi dettagli. A inizio giugno è stato Putin a venire in Italia, nella cornice di Expo, dove ha incontrato i vertici del governo, di Eni e di Finmeccanica. Sul tavolo c’era evidentemente molto di più di quanto è trapelato dalle agenzie.

C’è un chiaro problema con le sanzioni, che la Russia vorrebbe venissero sospese, e con i finanziamenti pubblici al Turkish Stream, visto che comunque porterà gas in Europa. Molto di più del Corridoio Sud. Un cortocircuito diplomatico, in cui ha pagato Saipem. Che ha perso il contratto per il South Stream (o meglio, si è risolto con la notifica della “termination for convenience” di qualche giorno fa) e si è vista “cancellare il contratto” con la South Stream Transport per la “prima linea della sezione offshore del gasdotto Turkish Stream a causa ”dell’impossibilità di raggiungere un accordo su molti lavori e questioni commerciali per l’attuazione del progetto” (leggi la notizia ANSA a questo link).

Per l’Italia, in particolare, è complesso distinguere oggi l’interesse nazionale da quelli dei principali gruppi energetici del Paese che rispondono anche a logiche privatistiche e di mercato e sono elevati a un livello tale da creare una commistione di interessi pubblico-privati al cui servizio si muove il governo e l’apparato diplomatico.

È ancora più complesso capire quindi come i progetti formalmente orientati ad assicurare la sicurezza energetica europea non servano anche interessi di alto livello, certamente, ma spesso più privati che pubblici.

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