
[di Antonio Tricarico]
Sabato scorso, in occasione della giornata mondiale del “disinvestimento” dai combustibili fossili, la politica inglese ha battuto un colpo. Alla richiesta della società civile globale di iniziare da subito a fare qualcosa nella lotta ai cambiamenti climatici smettendo di estrarre e utilizzare gas e petrolio, il Primo ministro inglese David Cameron ha annunciato che il governo britannico chiuderà tutti i suoi impianti a carbone. La decisione arriva dopo che lo scorso anno l’esecutivo si era impegnato a fermare il proprio sostegno pubblico per impianti a carbone da realizzare all’estero – ad esempio tramite l’agenzia di credito all’esportazione inglese, l’ECGD.
Il Presidente Barack Obama in uno slancio ambientalista, teso a rilanciarlo agli occhi dell’elettorato, sempre più scettico sul suo operato alla Casa Bianca, nel 2014 aveva già fatto promesse analoghe in merito allo stop del sostegno della cooperazione commerciale a stelle e strisce per gli impianti a carbone nel resto del pianeta.
In molti si chiedono quale sarà l’impatto di questi impegni sulla filiera del carbone, dal momento che anche gli aiuti economici alle miniere sono centrali. È indubbio che oggi il prezzo basso del combustibile, che segnò la prima rivoluzione industriale nel nord dell’Inghilterra, per il settore potrebbe evidenziare una possibile crisi strutturale, e non solo ciclica, qualora la domanda diminuisse ancora di più in Europa e in Nord America. È vero che i paesi emergenti, Cina e India in testa, sono ancora grandi utilizzatori di carbone, ma anche da loro qualcosa sta cambiando in meglio. Una prospettiva che tutto sommato dà qualche speranza, una volta tanto, in vista dell’importante scadenza politica di fine anno con il summit sul clima a Parigi che dovrebbe decidere – finalmente? – su un accordo mondiale vincolante sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, principalmente responsabili dell’aumento dell’effetto serra.
E l’Italia dei rottamatori, oggi riformatori, che cosa fa? Beh, ben poco si direbbe, anche perché la lotta ai cambiamenti climatici non sembra proprio la priorità del governo Renzi. A guardare bene, anzi, il nostro paese continua ad avere impianti a carbone nonostante le proteste decennali dei comitati locali per i danni provocati all’ambiente e alla salute dei cittadini. La recente chiusura dell’impianto di Vado Ligure con un’azione senza precedenti della magistratura, che indaga sui vertici della società che lo gestiva con l’accusa di omicidio colposo di più di quattrocento persone morte di tumore, potrebbe essere uno spartiacque sulla vicenda carbone anche in Italia. Ma il governo non ha colto affatto questa occasione. A dirla tutta l’agenzia di credito all’esportazione pubblica, la Sace, continua a finanziare lo sviluppo del carbone all’estero, come recentemente deciso per un impianto in Turchia abbinato alla raffineria Socar.
In sede europea si è cercato di negoziare una proposta comune da portare all’Ocse dove si discute se e come eliminare il sostegno con crediti all’esportazione agli impianti a carbone. Ma l’Italia è stata tra quei paesi che hanno spinto la Commissione europea a proporre addirittura di migliorare le condizioni finanziarie del sostegno pubblico qualora gli impianti a carbone dovessero essere un po’ più efficienti. Una richiesta magari imboccata da lobby e imprese energetiche nostrane.
Insomma, il paese va cambiato, i giovani dovranno avere un futuro, le fantomatiche riforme vanno fatte ad ogni costo, ma la grande macchina del premier marcia ancora a carbone? Se Renzi fosse serio sul cambiamento e sulle questioni ambientali annuncerebbe subito l’uscita dal carbone in Italia e la fine del sostegno pubblico a nuovi impianti all’estero. Chiunque può capire che se il nostro futuro si baserà ancora sui combustibili fossili, ben difficilmente sarà diverso dal passato che tanto vogliamo mutare. È ora di disinvestire dai combustibili fossili, per investire nel futuro.