
[di Elena Gerebizza]
A dicembre la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), istituzione pubblica europea che opera principalmente nei paesi dell’Europa centrale e dell’est e da qualche anno nel Mediterraneo, ha discusso la nuova politica interna sui paradisi fiscali.
Il documento, reso pubblico a fine gennaio, affronta uno dei temi da sempre più caldi per le economie del mondo e tra i più discussi negli ultimi anni nei consessi internazionali. In un contesto in cui i governi resistono a investimenti per la lotta alla povertà, fare in modo che i profitti generati nei paesi poveri vengano reinvestiti sul territorio e che gli investitori nostrani e stranieri paghino le tasse dove si genera il profitto sono due dei punti chiave per permettere di generare risorse. Una verità acclarata non solo per aziende che operano in Turchia, Egitto o Mongolia, ma anche per quelle che sono attive in mega progetti trans frontalieri che coinvolgono gli stessi paesi europei.
Purtroppo questa non sembra essere la visione della BERS, che solo nel 2012 ha investito il 32 per cento del proprio volume di affari in società di intermediazione finanziaria e fondi di private equity domiciliati in paradisi fiscali, come le isole Cayman, Jersey, Guernsey e Lussemburgo. Senza che le stesse aziende o banche beneficiarie dei prestiti svolgessero alcuna attività in quelle località. Ovvero veri e propri lidi di passaggio verso altri paradisi fiscali per società e banche strutturate per far girare soldi evitando di pagarci le tasse, ma anche di pubblicare i nomi dei beneficiari del consorzio (i reali proprietari) e rapporti pubblici dettagliati per ciascun paese in cui le aziende di uno stesso gruppo (le controllate delle controllate, per capirci) operano, in relazione alle vendite, ai beni di proprietà, gli impiegati, i profitti e le tasse pagate.
La nuova politica interna della Banca vuole regolamentare “dove” possono essere domiciliati i suoi clienti e se questi ultimi – beneficiari di prestiti derivati da risorse pubbliche – debbano rispondere a standard più alti di trasparenza, in merito all’accesso alle informazioni relative a operazioni economiche, pagamento delle tasse e contributi a società nei paesi in cui sono registrati. In realtà, poco è cambiato per evitare che risorse pubbliche vengano risucchiate attraverso consorzi registrati in paradisi fiscali.
Le nuove linee guida della banca prevedono un limite agli investimenti in aziende registrate in paradisi fiscali, “a meno che questo non avvenga per solide ragioni aziendali”. E secondo la Banca (ma anche secondo i paesi OCSE e G20), la “pianificazione fiscale” rientra tra gli stessi, a patto che non porti a una “totale o quasi totale eliminazione della tassazione”. La BERS si allinea così alle linee guida del Global Forum dell’OCSE, fortemente criticato per avere giudicato con troppa indulgenza – per ragioni politiche – diversi paesi che sono di fatto dei paradisi fiscali, e per basarsi esso stesso su standard internazionali incompleti e viziati.
Per fare un esempio, la BERS potrà continuare a strutturare investimenti attraverso ben noti paradisi fiscali come le Isole Cayman, Mauritius, Guernsey e Jersey. Mentre altri paesi come la Svizzera e il Lussemburgo sarebbero esclusi. Ma tra il dire e il fare passano in mezzo i nuovi progetti di grandi infrastrutture “prioritarie” per la Commissione europea, i cosiddetti progetti di interesse comune, in cui la BERS e le altre istituzioni pubbliche europee e nazionali prevedono di investire. La nuova linea guida escluderebbe quindi dai beneficiari della Banca i consorzi registrati in Svizzera come il TAP, che dovrebbe costruire uno dei più grandi progetti energetici che coinvolge il nostro paese, il Trans Adriatic Pipeline, o gasdotto Trans-Adriatico. Consorzio questo registrato a Baar, nel cantone svizzero di Zugo, e quindi in teoria escluso dai potenziali beneficiari della BERS. Noi speriamo sia davvero così.