
[di Antonio Tricarico]
Nella tarda serata di ieri è arrivato l’accordo tra Commissione, Consiglio e Parlamento europei sulla nuova legge anti-riciclaggio. Un testo importante, la cui revisione mai come questa volta si è collocata al centro del dibattito politico del Vecchio Continente. La trasparenza sui veri proprietari e beneficiari delle società e dei trust – in inglese la beneficial ownership – è diventata questione scottante anche per quel che riguarda l’evasione fiscale.
L’ennesimo scandalo LuxLeaks ha infatti mostrato come le grandi imprese operano nei cosiddetti paradisi fiscali non solo per la bassa tassazione che questi offrono, ma soprattutto per la segretezza bancaria e societaria che viene loro assicurata. Nel primo caso si sono compiuti passi avanti con l’introduzione dal 2017 dello scambio automatico di informazioni in ambito Ue, mentre si spera che un meccanismo del genere sia al più presto introdotto anche fuori dell’Unione, come definito dall’Ocse e dal G20. Il tema della conoscenza dei veri proprietari e dei beneficiari delle imprese è stato invece dibattuto fino all’ultimo, risolvendosi solo in parte, nonostante un processo legislativo durato quasi due anni.
Grazie agli scandali di evasione ed elusione fiscali che hanno riguardato le più grandi imprese multinazionali, a partire dal Regno Unito, alla fine si è riusciti ad andare ben oltre la proposta originaria della Commissione europea. Saranno così introdotti obbligatoriamente in ogni paese registri centralizzati delle imprese e dei trust. Nel caso delle imprese, avranno accesso ai registri non solo i soggetti già riconosciuti dalla normativa anti-riciclaggio e altre autorità, ma anche tutti gli attori con un “legittimo interesse”, quali i giornalisti e le organizzazioni della società civile. Purtroppo non si è riusciti a ottenere un’accesso pubblico per tutti i cittadini, come avviene oggi in Italia, ma se i legislatori e le corti non daranno un’interpretazione restrittiva, saranno in tanti a poter monitorare chi si cela dietro le imprese nei singoli paesi europei.
Possiamo parlare di una vittoria, poiché in principio la Commissione non era una grande sostenitrice della proposta e se si pensa che nel corso del negoziato governi importanti, quali il Regno Unito, da sempre restii alla trasparenza e vicini alle lobby finanziarie, hanno sorprendentemente cambiato posizione a favore dei registri pubblici. Ma soprattutto nel negoziato si sono piegate le resistenze della Germania, almeno per una volta. Anche grazie alle persistenti campagne pubbliche della società civile.
Sui trust le cose sono andate ben diversamente. Il numero di soggetti autorizzati ad accedere automaticamente ai dati sarà inferiore, e soprattutto il pubblico non potrà sapere, neanche tramite la società civile organizzata o i media. Una pecca non da poco, se si pensa che un terzo dei paradisi fiscali faccia riferimento al Commonwealth inglese e che proprio in Inghilterra è registrata la gran parte dei trust.
La Presidenza italiana, che è sempre stata a favore di registri pubblici vista la sua esperienza decennale nella lotta al riciclaggio del crimine organizzato, alla fine ha cercato il compromesso pur di portare a casa un risultato accettabile e necessario il prima possibile – il semestre seguente sarà a guida lettone, quindi non così forte. Una scelta che ha pagato nel breve termine, ma che dovremo vedere che cosa comporterà nel lungo periodo. Allo stesso tempo ancora una volta si allungano i tempi per introdurre una seria legge contro l’auto-riciclaggio nel Parlamento del nostro Paese. Si può e si deve fare di più. Per il governo italiano, dopo tanti annunci e negoziati, saranno i fatti dei prossimi mesi a parlare nella lotta all’evasione fiscale.