
[di Luca Manes]
Bridgewater (Regno Unito) – Con i suoi pittoreschi borghi medievali e una natura rigogliosa e incontaminata, il Somerset è una delle regioni più belle e visitate dell’Inghilterra meridionale. Un idillio rurale, che nelle ultime settimane è finito sotto la luce dei riflettori per uno dei più grandi progetti infrastrutturali del pianeta.
È proprio su un tratto di costa del Somerset, non lontano dal confine con il Galles, che il Regno Unito si appresta a costruire la prima centrale nucleare da oltre due decenni a questa parte. Hinkley Point C sorgerà nei pressi del mare, accanto a un impianto in fase di decommissioning e a un altro ancora in funzione, ma che in teoria a breve dovrebbe andare in pensione.
Sarà un impianto di terza generazione, ossia improntato sulla tecnologia EPR fornita dalla EDF, produrrà 3.200 megawatt di energia ed è destinato a entrare negli annali come il più costoso della storia del nucleare civile. Secondo le ultime stime, infatti, per approntarlo serviranno 24,5 miliardi di sterline, 30 miliardi di euro, 15 a reattore. In realtà questo dato si desume da un comunicato ufficiale della Commissione europea, che ha appena concesso la sua “benedizione” all’opera. Fino a pochi giorni fa, l’EDF e il governo britannico avevano parlato “solo” di 17 miliardi di sterline.
Al di là dell’apparente confusione sulle cifre, il dato di fatto è che l’investimento è molto ingente. E che senza l’intervento della “mano pubblica” non sarebbe percorribile.
Londra ha già fatto la sua parte. Nell’ottobre del 2013 ha accordato all’EDF garanzie su prestiti per ben 10 miliardi di sterline e ha stabilito uno strike price a palese vantaggio dell’impresa. Per un periodo di 35 anni, a partire dal 2023 (quando si prevede sarà consegnato Hinkley Point C), ai transalpini si assicura un prezzo di vendita dell’energia di 92,5 sterline a megawatt per ora. Esattamente il doppio del costo attuale. L’importo andrà chiaramente attualizzato in relazione al tasso di inflazione, ma ciò che rileva dell’intero meccanismo contrattuale è che se l’EDF non potrà distribuire l’elettricità a quel prezzo la differenza ce la metteranno gli utenti con una sovrattassa in bolletta. La logica che sottende questa apparente clausola capestro è che fra circa un decennio i combustibili fossili saranno talmente cari che il nucleare converrà, anche a quelle cifre apparentemente ora fuori mercato.
Queste clausole così singolari hanno fatto storcere il naso a parecchi e su vari fronti. In primis all’Unione europea, che non a caso a fine 2013 ha voluto vederci chiaro, aprendo un’istruttoria per verificare se erano state violate le norme comunitarie sulla concorrenza. In quei giorni la posizione dell’UE, dai toni molto duri e netti, sembrava non concedere scampo a Hinkley Point C. A metà ottobre, ma anticipata già a fine settembre dai ben informati del Financial Times, la sorpresa: l’Inghilterra potrà avere la sua nuova centrale nucleare, la commissione uscente ha dato il via libera, non senza dissidi interni e un quasi sicuro ricorso dell’Austria alla Corte di Giustizia Europea.
Nel frattempo anche nella City c’è stato chi ha criticato aspramente il deal. Il rapporto lanciato nell’ottobre del 2013 dalla società di analisti Liberum Capital aveva un titolo inequivocabile: “Flabbergasted”. Ovvero sbigottiti dai termini contrattuali concessi all’EDF, per cui si prevede un ritorno sugli investimenti tra il 20 e il 30 per cento, se tutto dovesse filare liscio. A lasciare perplessi gli autori della pubblicazione era “l’enorme scommessa fatta dal governo sull’aumento vertiginoso del costo dei combustibili fossili”. Scommessa perdente, almeno secondo gli esperti di Moody’s, che in un recente studio hanno evidenziato come sia assai improbabile che la bolletta energetica degli inglesi possa aumentare un granché entro il 2020, sia a causa della diminuzione dei consumi che della crescita delle fonti rinnovabili.
Gli scettici abbondano anche nel mondo accademico. All’università di Greenwich abbiamo incontrato il professor Stephen Thomas, esperto di politiche energetiche, convinto che sia addirittura l’EDF a non credere più ciecamente nel progetto.
“Inizialmente l’EDF aveva l’80 per cento delle quote, il resto era della compagnia britannica Centrica, sfilatasi due anni fa. Nel 2013 i francesi hanno ridotto il loro impegno” ci ha spiegato Thomas. “Ora hanno il 50 per cento, l’Areva il 10 e gli investitori cinesi il 40. Attenzione, però, l’EDF sta cercando di cedere un altro 15 per cento e, considerando che il consorzio non è stato ancora formalmente costituito perché si attendeva il responso dell’UE, gli investitori cinesi possono sfilarsi quando vogliono, senza pagare alcuna penale. Visto il continuo incremento dei costi non è detto che non lo facciano”.
“È poi chiaro” ha aggiunto Thomas “che se qualcosa andrà storto, saranno lo stato e gli utenti a dover coprire il buco lasciato da EDF”.
Il governo si difende rivendicando la bontà della sua scelta. I due reattori nel Somerset produrranno energia per il 7 per cento della popolazione, fanno sapere da Downing Street. Inoltre contribuiranno a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e a provare a raggiungere gli ambiziosi obiettivi di taglio dei gas serra (meno 80 per cento entro il 2050).
L’EDF rilancia pubblicizzando le ricadute positive sulle comunità locali: migliaia di posti di lavoro, compensazioni e sussidi per le amministrazioni locali fino a 120 milioni di sterline nell’arco di 40 anni e addirittura la possibilità di utilizzare il meccanismo del biodiversity offsetting. Ovvero ricreare altrove la porzione di natura distrutta a causa di una grande opera infrastrutturale. Per il momento è solo un’idea, ma chissà se questa forma di greenwashing, attualmente allo studio a livello comunitario, non possa tornare utile anche per Hinkley.
Alla nostra richiesta di un’intervista per approfondire questi temi l’EDF ha però risposto con un secco no. Qualcosa in più ci ha detto Alan Beasley, consigliere comunale di Cannington, uno dei villaggi vicini alla centrale, convinto nuclearista non fosse altro perché in passato ha lavorato a lungo nel comparto. “Attualmente a Hinkley Point A e B lavorano in totale 1200 persone. Per il C non è campato in aria sostenere che si arriverà a oltre 10mila persone, soprattutto perché le misure di sicurezza dell’EPR sono molto più complesse, però sarà difficile che il 25 per cento possa essere manodopera locale o comunque inglese. Da quando abbiamo abbandonato il nucleare quasi 30 anni fa qui non abbiamo più le competenze adeguate”.
Sullo sfondo, poi, rimangono i timori per la salute e l’ambiente che lo sfruttamento dell’atomo per consuetudine porta con sé. La popolazione dell’area sembra accettare passivamente il nuovo impianto, sebbene rimangano importanti “sacche di resistenza”. Gli attivisti della Stop Hinkley Point Campaign ci hanno manifestato tutte le loro preoccupazioni sui pericoli posti dalle frequenti alluvioni che flagellano la regione e sulle evidenti conseguenze dell’erosione costiera.
Controversa la questione degli effetti delle radiazioni. In Inghilterra il registro tumori c’è, ma è praticamente inaccessibile. Secondo l’ex consulente governativo Ian Fairlie, nell’area di Hinkley in base ai pochi dati a disposizione si desumerebbe che l’aumento delle leucemie neo-natali sia intorno del 37 per cento. Ma vista la bassa densità di popolazione non ci sarebbe la certezza assoluta che tale evenienza sia da imputare alla presenza delle vecchie centrali.
Per quella nuova si ipotizza un inizio dei lavori nel 2015 (ma con il ricorso dell’Austria tutto potrebbe slittare al 2016), ma certo non mancano le polemiche.