
Fra il 2005 e il 2013, 89 grandi istituti di credito mondiali hanno finanziato il comparto carbonifero con 118 miliardi di euro. Tra queste banche c’è anche l’Unicredit, molto attiva soprattutto in Europa centrale e seconda in assoluto in Russia, dove i suoi prestiti superano i 225 milioni di euro.
Un dato eclatante, che emerge dal rapporto Banking on Coal, lo studio redatto da Ong e reti internazionali e reso pubblico oggi a margine della COP 19 di Varsavia dall’Ong tedesca Urgewald, dall’organizzazione polacca Green Network e dalle reti CEE Bankwatch e Banktrack.
Il carbone è la più grande fonte di emissioni di CO2, che come tutti sappiamo sono causa dei cambiamenti climatici. Eppure dal 2000 la sua produzione mondiale è cresciuta del 70 per cento e ha ormai raggiunto l’incredibile cifra di 7,9 miliardi di tonnellate all’anno.
Il 71 per cento del sostegno finanziario è stato fornito da sole 20 banche, di nazionalità statunitense, svizzera, tedesca, cinese, inglese, francese e giapponese. In cima alla lista ci sono la Citi Bank (7,29 miliardi di euro), la Morgan Stanley (7,23 miliardi) e la Bank of America (6,5 miliardi). Gli autori hanno preso in esame prestiti commerciali e di servizi di investment banking per 70 imprese del settore, che insieme rappresentano il 52 per cento della produzione mondiale del combustibile fossile.
“Il rapporto si basa su mesi di ricerche” ha spiegato Heffa Schücking, direttore di Urgewald . “Mentre la maggior parte delle banche è sempre molto disponibile a pubblicare dati sugli investimenti annuali in fonti rinnovabili, nessuna ha tanta voglia di parlare del denaro che viene destinato a progetti carboniferi”.
La ricerca mostra anche come il sostegno al carbone sia aumentato in maniera esponenziale (ben il 397 per cento) dal 2005 in poi, ovvero da quando è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto.
Per Kuba Gogolewski, di CEE Bankwatch, “mentre i politici sono lenti nel porre regole sull’estrazione e sulla combustione del carbone, le banche sono velocissime nel portare avanti investimenti che sono completamente incompatibili con l’ambiente e con la lotta ai cambiamenti climatici”
Eppure, come rimarcano ancora i ricercatori, le banche sono abilissime a “vendersi” come entità responsabili e attente all’ambiente. In base ai loro slogan, Bank of America sostiene di “finanziare un’economia a bassa emissione di carbonio”, Credit Suisse ” si preoccupa per il clima” e la BNP Paribas è molto risoluta “nella sua lotta contro i cambiamenti climatici”.
Banking on Coal esamina anche i “punti caldi” della produzione mondiale di carbone. L’estrazione del combustibile fossile sta avendo conseguenze disastrose sulle foreste abitate delle ultime tigri dell’India, sulle comunità indigene in Colombia e sulle scarse risorse idriche in Sud Africa. Per ciascuno dei “punti caldi”, il rapporto rivela che le istituzioni finanziarie hanno svolto il ruolo principale nel finanziamento dell’espansione del settore.
L’Europa Centrale, dove abbiamo visto è molto attiva la nostrana Unicredit, è un altro dei “punti caldi”, in particolare la Germania e la Polonia, che sono tra i principali produttori di lignite al mondo con il 25 per cento del totale globale.