
[di Luca Manes] pubblicato su Pagina99 del 20/02/14
È uno dei dossier caldi che Michelle Bachelet si ritroverà sul tavolo una volta insediatasi definitivamente alla presidenza del Cile il prossimo 11 marzo. Si tratta del mega progetto idroelettrico del consorzio HidroAysén, formato da Endesa-Enel e dalla cilena Colbun, su due dei principali corsi d’acqua della Patagonia. Un’opera dal costo stimato di circa sette miliardi di dollari, ma che in realtà da alcuni mesi sembra sempre più destinata a non vedere mai la luce. Nonostante la stessa Bachelet durante il suo primo mandato presidenziale (2006-2010) in merito avesse mantenuto una posizione alquanto ambigua, se non proprio favorevole, nella campagna elettorale dello scorso autunno si è dichiarata contraria. Concetto ribadito di recente, quando l’intero progetto è stato definito “infattibile”.
Come se non bastasse il Comité de Ministros, la massima autorità amministrativa cilena, ha richiesto ulteriori studi sugli impatti delle cinque dighe previste prima di pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati dopo il nulla osta concesso dalla commissione di controllo ambientale nel maggio del 2011. Un’indagine supplementare per cui serviranno almeno 12 mesi.
Una situazione di stallo totale di cui è ben conscia anche Endesa Cile che, secondo quanto riportato dal quotidiano di Santiago El Mercurio, nel suo documento bimestrale agli investitori a fine 2013 aveva depennato le dighe di HidroAysén dalla lista dei progetti prioritari.
Per capire quali sono le criticità che hanno creato l’impasse, basta dare un’occhiata a come è strutturato il progetto.
Come detto, le mega dighe saranno cinque. Due sorgeranno sul fiume Baker, uno dei più lunghi della Patagonia cilena con i suoi 170 chilometri e famoso per l’incredibile color cobalto del primo tratto del suo corso, mentre altri tre imbriglieranno le acque del Pascua. La quantità di terra inondata ammonterà a 5.900 ettari. Secondo le numerose organizzazioni locali e internazionali che si oppongono alla realizzazione degli sbarramenti, i danni all’ambiente e alla biodiversità di una delle regioni più incontaminate del Pianeta saranno incalcolabili, mentre molto pesanti saranno le conseguenze sul tessuto sociale dell’area interessata dai lavori. Il dipartimento dell’Aysén non ricaverà in cambio alcun beneficio.
L’enorme quantità di energia prodotta, 2.750 megawatt, servirà infatti ad alimentare le miniere nel nord del Paese. E qui si materializza il vero nodo della questione. Per far arrivare l’energia a destinazione bisognerà erigere una linea di trasmissione di ben 2.300 chilometri. Infrastruttura per cui è prevista un’autorizzazione ambientale supplementare e il cui iter non è nemmeno cominciato. E chissà se e quando avrà inizio.
Intanto il costo stimato dell’opera continua a salire. Oggi ammonta a dieci miliardi di dollari, la metà occorrerebbe per erigere i 6mila piloni alti 70 metri che attraverseranno otto regioni, 64 comuni, tre parchi nazionali e 12 aree protette. Porzioni del Paese dove la densità di popolazione è di gran lunga superiore rispetto a quella dell’Aysen, per cui la statistica parla di meno di un abitante per chilometro quadrato.
Non a caso i sondaggi a livello nazionale parlano di una percentuale variabile tra il 60 e l’80 per cento dei cileni contrari al progetto fortemente voluto dall’Endesa e che l’Enel ha accolto con favore, una volta acquisita la compagnia energetica spagnola nel 2009. Negli anni passati l’opposizione contro l’HidroAysén è stato uno dei cardini della protesta contro il governo di centro-destra presieduto da Sebastian Piñera, convinto sostenitore del progetto, ma a sua volta accusato a più riprese dall’altra componente del consorzio, la Colbun, di non fare abbastanza per favorire la sua realizzazione. Evidentemente anche Piñera era ben conscio delle sopravvenienti difficoltà per imporre al resto della popolazione un’opera complessa e dai costi esorbitanti.
Sullo sfondo, ma nemmeno tanto, rimane intanto la grande partita dell’acqua, di cui è ricchissima la Patagonia. La preziosa risorsa è regolata dal Codigo de Aguas, il Codice dell’Acqua, varato nel 1981 in pieno regime Pinochet. Ovvero quando il Cile era un autentico laboratorio di profonde e radicali privatizzazioni e i diritti di sfruttamento idroelettrico dei suoi fiumi furono trasferiti a Endesa. Impresa che all’epoca era ancora statale, ma passò in mano privata poco tempo dopo.
Uno dei più agguerriti contro lo status quo attuale è il vescovo dell’Aysén, Luis Infanti della Mora, che nel 2008 ha scritto una lettera pastorale sul diritto all’acqua e nel 2010 è intervenuto all’assemblea degli azionisti dell’Enel per denunciare i guasti che provocherebbe il progetto.
“Nella nostra regione il 96 per cento dell’acqua dei fiumi è nelle mani dell’Endesa-Enel, mentre il dato a livello nazionale si attesta sull’82 per cento. Le risorse idriche diventano così un vero e proprio strumento di colonizzazione, tanto che i contadini devono chiedere il permesso a Endesa per utilizzare i corsi d’acqua che attraversano i loro campi” dichiarò Infanti in quell’occasione.
In attesa della riforma del Codigo de Aguas, in Cile per ora sembrano destinati a “consolarsi” con il sempre più probabile flop delle dighe della discordia.