Le dighe nel paradiso del Sarawak

Un'azione di Save Rivers sul fiume Sarawak (foto savesarawakrivers.org)
Un'azione di Save Rivers sul fiume Sarawak (foto savesarawakrivers.com)

L’industria delle grandi dighe arriva ovunque, anche nelle remote terre raccontate dalla penna di Emilio Salgari. E a Sarawak, come in mille altri angoli del pianeta, le popolazioni locali – in questo caso gli indigeni Penan, Kenyah, Kayan e Iban – non ci stanno a veder calpestati i loro diritti e distrutto il loro territorio.

Sull’isola del Borneo, dove per l’appunto si trova la regione di Sarawak, è stato appena completato il mega sbarramento di Bakun, mentre quello di Murum e altri impianti idroelettrici sono in fase di costruzione. Recentissime sono le proteste inscenate in occasioni di incontri pubblici da varie gruppi della società civile, in particolare l’associazione Save Rivers.

Per capire i tanti motivi dell’opposizione alle dighe basta dire che la Sarawak Energy – la compagnia diretta interessata – non ha mai pubblicato nemmeno uno straccio di valutazione impatto ambientale. Non che siano mancate le richieste. Ora in molti casi non rimane che negoziare, con tutte le immaginabili difficoltà, una qualche forma di compensazioni, sebbene i diritti delle comunità autoctone siano in teoria tutelati dalla legislazione malese in osservanza del dettato della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti del Popoli Indigeni.

Il governo locale è tutto fuorché d’aiuto. Da mesi si vocifera di gravi episodi di corruzione che vedrebbero il coinvolgimento di alcuni suoi membri eminenti, ma l’esecutivo tira dritto nel suo programma di industrializzazione dell’area. L’energia elettrica prodotta dalle dighe serve infatti ad alimentare soprattutto le tante fonderie di alluminio attualmente in costruzione.

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