La SOCAR, la SACE e la “Taranto turca”

Aliaga, Turchia. Foto ©Bankwatch, flickr CC BY-NC-SA 2.0

[di Antonio Tricarico]

La scorsa settimana diverse agenzie di credito all’esportazione di paesi occidentali, tra cui l’italiana SACE, hanno informato Re:Common e la rete europea Bankwatch che la SOCAR, compagnia statale azera dell’energia, non ha più intenzione di realizzare un contestato impianto a carbone di 672 MW nella penisola di Aliaga, a nord di Izmir in Turchia.

Aliaga è una sorta di Taranto turca, afflitta da mega insediamenti industriali altamente inquinanti, tra cui la raffineria Tupras, un cementificio, un’acciaieria in dismissione, un porto per container commerciali, un impianto a carbone esistente e un nuovo deposito di polveri di carbone e residui industriali a cielo aperto. Il tutto alla periferia di una città di 70mila abitanti, dove malattie respiratorie e tumori non mancano. In nome del progresso industriale della Turchia, dagli anni Ottanta sono stati sacrificati luoghi turistici di primo livello, quali Foca, e addirittura resti archeologici di importanza mondiale, quali il sito dell’antica Kyme, per altro scavato in parte negli ultimi anni dagli esperti dell’università della Calabria – e ora ahimè in abbandono.

In tale girone dantesco – che Re:Common ha visitato due volte negli ultimi mesi – la SOCAR azera, con il pieno consenso del governo alleato turco guidato da Recep Erdogan, sta realizzando da due anni la nuova mega raffineria “Star” dal valore di 5 miliardi di dollari. Un pool di decine di banche internazionali, tra cui Unicredit e Intesa, con la copertura assicurativa di agenzie di credito all’esportazione, tra cui la SACE italiana, alla fine del 2014 hanno deciso di finanziare ben 3 miliardi del totale, rendendo il progetto finanziariamente fattibile. La SOCAR non ha più grandi disponibilità finanziarie dopo il crollo verticale del prezzo del petrolio datato fine 2014. Va ricordato che sia la Banca mondiale che la Banca Europea per la ricostruzione e sviluppo non hanno voluto finanziare la Star della SOCAR proprio per dubbi sugli impatti ambientali del progetto ad Aliaga. Negli ultimi anni, le comunità locali avevano sollevato le loro preoccupazioni sulle mancate valutazioni degli impatti ambientali cumulativi sulla qualità dell’aria, non solo ad Aliaga, in vari procedimenti amministrativi al tribunale di Izmir.

Dagli atti del procedimento in tribunale inerente la valutazione di impatto ambientale per il primo dei due addizionali impianti a carbone previsti dalla SOCAR oltre la raffineria è emerso che il governo azero stava cercando fondi per questi impianti dalla Banca mondiale ed altre agenzie occidentali.

Con la notizia della scorsa settimana sembra chiaro che la SOCAR abbia mollato, almeno per il momento, sul primo dei due impianti. Una vittoria importantissima per le comunità locali, che si erano mobilitate lo scorso 15 maggio con un’azione pubblica ad Aliaga “per rompere con i combustibili fossili”, evento che aveva richiamato attivisti anche dal resto del paese.

Il governo ha in programma di realizzare altri 70 impianti a carbone, una mossa inconciliabile con gli impegni presi dalla Turchia a livello internazionale nella lotta ai cambiamenti climatici, a partire dalla firma dell’accordo di Parigi dello scorso dicembre. Ma il problema non riguarda solo il carbone. L’esecutivo sostiene con forza la realizzazione del gasdotto TANAP, promosso in Turchia dalla stessa SOCAR, che servirà a portare il gas azero dal Caspio al gasdotto TAP, che attraverso Grecia ed Albania dovrebbe approdare in Salento. E’ molto solido infatti il legame tra le élite intorno a Erdogan e quelle azere, nonostante i vertici di SOCAR Turchia siano finiti sotto indagine per la loro affiliazione con la setta di Gulen, ritenuto il grande artefice del fallito colpo di stato. Infiltrazioni quelle di Gulen che sarebbero avvenuto anche nel vicino Azerbaigian, a detta del poco democratico Presidente Aliyev. Aliaga rimane un regalo del governo centrale al governo azero, ma almeno avrà una ciminiera in meno.

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