
[di Elena Gerebizza]
Su iniziativa della Nazioni Unite, oggi si celebra la giornata mondiale per i diritti umani. Per noi di Re:Common il pensiero va alle migliaia di attivisti incarcerati sulla base di accuse inventate o peggio ancora torturati e uccisi nel tentativo di mandare un segnale “forte” a tutti coloro impegnati a resistere contro mille forme di soprusi. In un mondo alla costante ricerca di “eroi” da sacrificare sull’altare mediatico, ci piace credere che le lotte più significative siano collettive e che “fermare” un singolo attivista non basti ad arrestare il processo collettivo di cui “l’eroe” fa parte.
Di questa opinione era il poeta e scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa, come spiegò nel suo oramai celebre discorso di fronte al tribunale speciale che condannò a morte lui e gli altri otto attivisti del popolo ogoni.
“Signor presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali e intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale.”
Il popolo ogoni continua a resistere all’invasione del suo territorio da parte delle multinazionali del petrolio. Se la Shell è stata dichiarata persona non grata proprio in seguito all’uccisione degli attivisti e al suo coinvolgimento nella repressione delle manifestazioni degli ogoni, nel tempo altre compagnie hanno cercato di prendere il suo posto nello sfruttamento delle concessioni nel Delta.
Il 10 novembre si è celebrato il 25esimo anniversario della morte di Ken e degli altri otto attivisti, di cui vogliamo ricordare i nomi: Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel, and John Kpuine. Tutti uccisi dalla dittatura militare di Sani Abacha.
Per noi oggi come allora rimane la stessa domanda, ovvero come riportare qui e ora la lotta degli ogoni, partendo da una reciprocità che scardina il principio secondo cui ogni lotta rimane “locale” e come tale va trattata, in nome di un più alto ideale di “sviluppo”. Una domanda valida per le migliaia di altre comunità che resistono all’estrazione di petrolio, carbone e gas nel mondo e alla costruzione di grandi opere figlie di questo modello economico che legge le mega infrastrutture come uno degli strumenti centrali per garantire l’espansione dei mercati finanziari e rendere perpetua la privatizzazione della società che stiamo vivendo.
Guardando a oriente, siamo felici di poter festeggiare proprio oggi la liberazione di Leyla e Arif Yunus, moglie e marito, incarcerati più di un anno fa dal governo dell’Azerbaigian sulla base di accuse fasulle e dichiarati “prigionieri di coscienza” da Amnesty International. Leyla è la fondatrice dello storico Institute of Peace and Democracy, raso al suolo dai bulldozer governativi l’11 agosto 2011, mentre era in corso una campagna degli attivisti contro gli sfratti forzati a Baku.
Il 13 agosto scorso Leyla era stata condannata a 8,5 anni di reclusione. Ieri mattina, la corte d’appello di Baku l’ha rilasciata in seguito all’aggravamento delle sue condizioni di salute, causato soprattutto dalle mancate cure per le patologie di cui soffre e per i maltrattamenti denunciati più volte nei mesi passati. Suo marito Arif era già stato liberato qualche giorno fa.
Secondo gli attivisti per i diritti umani, in Azerbaigian ci sono oltre cento tra attivisti, giornalisti e avvocati ancora rinchiusi in carcere sulla base di accuse di dubbia origine. Il governo dell’Azerbaigian è considerato dall’Unione Europea un “partner strategico” nella costruzione del cosiddetto “Corridoio Sud del Gas”, un gasdotto di oltre 3500 chilometri che dovrebbe collegare il paese della regione del Caspio proprio all’Italia attraverso la sua tratta finale, il gasdotto Trans Adriatico (TAP). Un’opera inutile e imposta, nel cui nome non crediamo si debba sacrificare il diritto dei cittadini dell’Azerbaigian – e nemmeno di quelli della Turchia e degli altri stati attraversati, fino all’Italia – a poter decidere del proprio futuro. Sia il 10 dicembre, che in qualsiasi altro giorno dei prossimi anni.
La Banca europea degli investimenti e le altre banche pubbliche e private che stanno considerando due prestiti da 2 miliardi di euro al TAP e al TANAP, possono considerarsi complici delle violazioni dei diritti perpetrati in questi paesi.