
Ne abbiamo già parlato lo scorso aprile, quando la notizia è stata resa pubblica. Ci riferiamo a quanto fatto dalla Ong statunitense EarthRights, che proprio all’inizio della primavera aveva presentato un esposto a una corte federale degli Usa contro la International Finance Corporation (IFC), il ramo della World Bank che presta ai privati, per un finanziamento di 450 milioni di dollari accordato dall’ente per la realizzazione dell‘impianto a carbone di Tata Mundra, in India. L’esposto è stato redatto a nome dei pescatori e dei contadini che vivono nell’area dove sorge la centrale, nello stato del Gujarat, che sta causando loro danni di enorme portata. Le riserve ittiche sono in costante diminuzione e numerosi campi non sono più coltivabili.
Ora la IFC ha messo le mani avanti, rivendicando una presunta immunità in base all’International Organizations Act, promulgato nel 1945 negli Stati Uniti, in cui si garantisce l’impossibilità di portare a processo le istituzioni internazionali, alla stregua dei governi sovrani. La decisione della corte federale del District of Columbia (competente in quanto la Banca mondiale ha sede a Washington) è attesa non prima del gennaio 2016.
“Di che cosa hanno paura? Perché non vogliono essere giudicati nel merito dei fatti, accampando l’immunità. Perché vogliono essere al di sopra della legge?” ha attaccato Kristen Genovese del Centre for Research on Multinational Corporations (SOMO), una delle organizzazioni attive sul caso.
Va ricordato che nel 2011, dopo che l’organo ispettivo interno della World Bank aveva divulgato un rapporto molto critico sul progetto, la società che gestisce l’impianto, la Coastal Gujurat Power, aveva volontariamente concordato un “piano d’azione”, comprese nuove “misure di attenuazione” degli impatti.