Kazakistan, il villaggio avvelenato. Ma nessuno fa nulla…

fotogramma dal video di Radio free Europe

[di Elena Gerebizza]
Dodici bambini si sono sentiti male nei giorni scorsi nel villaggio di Berezovka, a pochi chilometri dal mega giacimento di petrolio e gas di Karachaganak, in Kazakistan. Lo comunica Radio Free Europe, che al proposito ha realizzato questo video: http://www.rferl.org/media/video/kazakhstan-village-sickness/26807375.html.

Già il 28 novembre, 19 bambini avevano accusato dei malori e alcuni di loro erano svenuti nella scuola del villaggio. Allora ci sono voluti diversi giorni perché le autorità decretassero che c’erano state diverse fuoriuscite di acido solfidrico (H2S), un gas velenoso presente in alte quantità nel giacimento di Karachaganak, proprio dal vicino impianto estrattivo. Successivamente è stata aperta un’indagine. Il consorzio KPO – guidato da Eni e da British Gas – che gestisce il giacimento, avrebbe precedentemente negato le fuoriuscite, mentre le centraline di misurazione delle emissioni in quei giorni sarebbero state spente per riparazioni.

L’ultimo incidente aggiunge dodici bambini ai 75 già ospedalizzati tra il 28 novembre e il 9 dicembre 2014. Il mese scorso anche 16 adulti si sono sentiti male e hanno avuto bisogno di cure mediche.

Secondo il pubblico ministero della regione del Western Kazakhstan, Serik Karamanov, il 27 novembre alle 14:19 c’è stata una fuoriuscita di gas dall’impianto di Karachaganak, che a causa di un guasto elettrico non sarebbe stato reiniettato nel giacimento. Altre emissioni, sempre secondo Karamanov, ci sarebbero state il 17, 18, 25 e 27 novembre, “per quantità di gas più alte delle concentrazioni di sostanze tossiche massime consentite”. Le autorità starebbero verificando le responsabilità del manager di KPO che il 29 novembre avrebbe detto agli abitanti, alla presenza dell’akim regionale (una specie di presidente della regione) che non c’erano state emissioni di gas dalla centrale.

Il 20 gennaio le autorità hanno presentato i risultati delle indagini mediche redatte in seguito ai fatti di novembre nel corso di un’assemblea pubblica a Berezovka. Le autorità avrebbero fatto analizzare campioni di sangue, urine e tessuti dai residenti per verificare il nesso tra i sintomi (tra cui sonnolenza, perdita di memoria, allucinazioni) e le recenti fuoriuscite di gas. Secondo le autorità, il nesso non ci sarebbe, e quindi per l’ennesima volta la richiesta di rilocazione dei residenti non è stata accolta.

Un epilogo drammatico per i 1300 abitanti di Berezovka – di cui oltre la metà sono bambini – troppo poveri per andarsene e di fatto costretti a vivere ai margini di uno degli impianti di estrazione di petrolio e gas più grandi del paese. Un impianto finanziato dalla Banca Mondiale, che si è dimostrata impotente quando il governo ha spostato il limite della zona sanitaria di sicurezza proprio per costruire l’impianto senza doversi fare carico del costo della rilocazione dei residenti. Banca mondiale che ha ignorato le proprie responsabilità di fronte alle richieste dei residenti, che da anni denunciano i pericoli derivati dalle alte percentuali di gas inquinanti emessi dall’impianto, troppo vicino alle loro case, e che li espone a un persistente avvelenamento.

Il consorzio KPO dal suo canto ha sempre fatto riferimento al governo kazako, che a sua volta nega il diritto a essere rilocati agli abitanti di Berezovka. Una vicenda surreale in cui nessuno standard internazionale, nessuna linea guida, nessuna best practice, nessuna corte nazionale sono finora serviti a fare giustizia e liberare queste persone dagli effetti drammatici dell’estrazione di petrolio e gas che viene poi venduto sui mercati europei. Forse per questo gli occhi del nostro governo, azionista di Eni, e dell’Europa, sono voltati da un’altra parte.

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