
Nel 2014, la Commissione Europea ha autorizzato gli Stati membri a siglare nuovi trattati bilaterali di investimento con paesi terzi. Pochi mesi dopo, nell’aprile 2015, una delegazione italiana di 65 imprenditori è volata a Bogotà per partecipare al primo Forum Economico Italia – Colombia, promosso anche dai nostri ministeri dello Sviluppo Economico e degli Esteri.
L’obiettivo della missione era di promuovere gli investimenti italiani in infrastrutture, rinnovabili e settore agroalimentare, in quello che per la Farnesina è un paese caratterizzato da una “elevata stabilità istituzionale”. Una stabilità che in cinquant’anni di guerra ha fatto 5 milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime civili, “condite” da innumerevoli sparizioni forzate. Irrilevanti dettagli, quando si parla di business.
Quello che invece interessa alle aziende italiane è che i loro investimenti ricevano la massima protezione, soprattutto in caso di controversie, considerando peraltro che l’Accordo di libero scambio siglato da Unione Europea e Colombia non prevede un capitolo sugli investimenti privati. Da qui l’urgenza di un Trattato bilaterale di investimenti (BIT) che il governo italiano vuole firmare con il paese andino.
Sempre nel 2014, l’Italia ha infatti chiesto e ottenuto il permesso dall’Unione Europea di negoziare un nuovo BIT con la Colombia. Con il rapporto “Investment happiness and human rights violations, The case of the Bilateral Investment Treaty Italy – Colombia”, Re:Common ha esaminato gli interessi italiani che ruotano attorno alle trattative e alle contraddizioni che caratterizzano il sistema di protezione degli investimenti promosso dall’Unione Europea.
Non è la prima volta che Roma e Bogotà provano a firmare un accordo sugli investimenti. Era già accaduto nel 2004, quando l’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini e il presidente colombiano Álvaro Uribe annunciarono, in una conferenza stampa congiunta, la volontà di siglare un accordo sugli investimenti. Poi non se ne fece più nulla. Adesso il governo Renzi è tornato all’attacco.
Secondo quanto si apprende dalla decisione adottata da Bruxelles sulla firma di nuovi BIT, tali accordi “dovranno prevedere un efficace meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato”.
È il cosiddetto Investor-state dispute settlement (ISDS), un meccanismo controverso a cui possono fare ricorso gli investitori privati ma non gli Stati né, tantomeno, un cittadino o una comunità indigena i cui diritti siano stati violati da un’azienda. Un meccanismo che mostra quindi evidenti carenze di legittimità e democrazia.
Inizialmente pensato come strumento di protezione per gli investitori stranieri in quei paesi caratterizzati da un sistema giudiziario poco efficiente, l’ISDS è in realtà una minaccia per lo stato di diritto, a causa della mancanza di trasparenza procedurale, della confusione di ruoli tra avvocati e arbitri e della pressione che finisce per l’esercitare sui singoli stati.

Ad esprimere più di una semplice perplessità su questo meccanismo è stato, tra gli altri, Alfred De Zayas, esperto di diritti umani delle Nazioni Unite, per il quale l’ISDS “andrebbe abolito e le controversie sugli investimenti regolate dalle giurisdizioni nazionali”.
Che l’Italia decida di riaprire un tavolo di negoziazione con la Colombia è preoccupante anche in virtù delle gravi violazioni di diritti umani che caratterizzano il paese sudamericano e degli impatti sociali e ambientali che alcuni dei grandi investimenti italiani stanno causando. Non da ultimo l’affaire El Quimbo. La diga dell’Enel, costruita da Salini Impregilo, è oggi al centro di uno scontro istituzionale tra la Presidenza della Repubblica colombiana e la Corte Costituzionale che, poche settimane fa, ha decretato la sospensione del riempimento dell’invaso a causa del mancato rispetto della normativa ambientale.
Renzi però va avanti per la sua strada. “Affinché si riesca a vivere in allegria, dobbiamo far sì che gli investimenti italiani in Colombia siano più significativi”, ha detto agli imprenditori italiani in una recente visita a Bogotà.
Basterebbe andare nel Huila o a Mapiripán, territori gravemente impattati dagli investimenti italiani, per capire che c’è poco da stare allegri quando si ha a che fare con grandi progetti energetici e infrastrutturali.
[wpdm_file id=49]