
I paesi del Sud sono poveri a causa del debito che hanno contratto (oltre 3700 miliardi di dollari nel 2008). O, per meglio dire i paesi del Nord sono ricchi grazie ai prestiti concessi ai governi del Sud?
Il meccanismo dei prestiti è stato utilizzato fin dagli anni Cinquanta come un grimaldello per entrare nelle economie del Sud e diffondere il verbo della narrativa sviluppista, secondo cui le grandi opere avrebbero portato sviluppo e sconfitto la povertà. I prestiti a fiume concessi dalla Banca Mondiale erano spesso “legati” a contratti con aziende del Nord, pioniere delle grandi opere in America Latina, in Asia e in Africa. Gli accordi conclusi spesso con governi autoritari, dittature militari o elites al potere hanno generato un debito illegittimo che invece è rimasto fino a oggi sulle spalle delle popolazioni, che continuano a pagare per i crimini dei regimi del presente e del passato.
Il Nord “buono” con le sue istituzioni è il primo testimone del fallimento della narrativa sviluppista. Dietro le grandi opere non è arrivato lo sviluppo, ma corruzione, costi esorbitanti, povertà e debito.
Unica preoccupazione dei governi del Nord? Riavere indietro i soldi che sono serviti principalmente a pagare gli appalti delle aziende del Nord, imponendo riforme strutturali che hanno ulteriormente depredato i paesi del Sud delle loro risorse naturali.
In ultima analisi: chi deve a chi rimane ancora oggi la vera domanda.
Il caso del Congo e delle dighe di Inga
Già negli anni Sessanta uno studio di ingegneria italiano definiva il progetto delle dighe di Inga: uno schema idroelettrico composto da tre grandi sbarramenti e da un canale di trasporto dell’acqua, che sarebbero dovuti culminare nella costruzione della mastodontica diga di Grand Inga. Un opera capace di generare 40mila megawatt, che ancora oggi le istituzioni finanziarie pubbliche come la Banca mondiale propongono come “il progetto che illuminerà l’Africa”. Negli anni Settanta e Ottanta sono state realizzate Inga I e II, passate alla storia come i progetti che hanno generato buona parte del debito estero del regime militare di Mobutu, e che la Repubblica Democratica del Congo ancora paga. Due dighe che non hanno mai funzionato a piena capacità, che si sono dimostrati veicolo di corruzione per centinaia di milioni di dollari, e un buco nero per il budget dello stato. Dal 2002 le dighe sono in riabilitazione: il costo stimato dalla Banca mondiale era di 9,35 milioni di dollari, ma nel 2010 era lievitato a quasi 900 milioni. Anche questa volta l’appalto è andato ad aziende italiane, tedesche, canadesi. Mentre il 93% della popolazione congolese vive senza accesso all’energia e ripagando un debito decisamente illegittimo.
Crisi del debito come strumento di controllo esterno sull’economia
Per decenni le crisi del debito sono state utilizzate come un’entrata per imporre riforme macro-economiche ai governi del Sud. Tra il 1950 e il 1960, il numero dei governi che sono andati in default con i loro crediti verso creditori privati esteri era nella media di quattro ogni vent’anni. Dal 1970 in poi, vanno in default quattro governi ogni anno[1]. Tra quelli in crisi ci sono anche governi che hanno già implementato rigorose misure di austerità per poter beneficiare di cancellazioni parziali del debito: oltre un quarto di questi rischia a breve una nuova crisi del debito[2]. Circa un terzo dei cosiddetti “paesi a basso reddito” (LICs) sono oggi in una situazione debitoria critica o molto critica[3]. Secondo la Jubilee Debt Campaign UK, il servizio del debito estero – ovvero la quota di interessi e capitale che i governi del Sud pagano a governi e Istituzioni finanziarie internazionali – aumenterà di almeno un terzo nei prossimi anni[4].
Il debito del Nord colpisce anche il Sud
Secondo l’IMF, la crisi dell’economia globale nel 2013 potrebbe portare al generarsi di un debito di circa 27 miliardi di dollari tra i paesi a basso reddito. Ovvero, un aumento del 25% del debito in questi paesi, al momento di 110 miliardi[5]. E la crisi del debito che sta mettendo in seria difficoltà numerosi paesi in Europa – a partire dal 2008 con Islanda, Portogallo, Grecia, Spagna, Italia, Irlanda, Slovenia – potrebbe avere una forte ricaduta anche nei paesi del Sud aggravando ulteriormente la loro situazione.
Debito per ingrassare i mercati finanziari
Nel 2001, quando l’Argentina fece il default per un importo di circa 81 miliardi di dollari, due hedge fund, NML Capital con sede a New York e l’Huntlaw Corporate Service registrato nel paradiso fiscale delle isole Cayman, acquistarono una cospicua porzione del debito sui mercati secondari. Successivamente il governo di Buenos Aires ristrutturò il debito con i suoi creditori, ma la NML Capital non accettò alcuna proposta di revisione, portando in tribunale lo Stato argentino. La corte di primo grado di New York ha dato ragione agli attori finanziari, ordinando il pagamento di 1,3 miliardi di dollari. In un secondo momento la Corte Federale ha congelato l’esborso, in attesa di avere chiarimenti sulla questione. NML Capital e Huntlow nel frattempo avevano provato a battere anche altre strade. Non avevano avuto successo nella richiesta di far “sequestrare” a mo’ di garanzia del pagamento l’ambasciata argentina a Parigi, mentre lo scorso ottobre una corte ghanese aveva dato loro soddisfazione, imponendo il blocco della nave scuola di Buenos Aires Libertad nel porto di Tema, 25 chilometri a est di Accra. Una decisione che ha fatto scalpore, poi ribaltata solo grazie all’intervento delle Nazioni Unite.
Purtroppo quello dei fondi avvoltoio è un fenomeno abbastanza diffuso. Si compra una fetta di debito di un Paese in grande difficoltà a pochi spiccioli per fini esclusivamente speculativi, tanto che, qualora fosse pagato l’intero ammontare del debito, i profitti possono arrivare fino al 400 per cento dell’investimento.
Debito ecologico, ambientale, climatico
I movimenti del Sud da anni chiedono il riconoscimento del debito ecologico, storico e climatico che il Sud ha maturato con il Nord. Il modello di sviluppo europeo e nordamericano in primis si è fondato su risorse naturali che si trovavano nel Sud del mondo. Si è anche basato su un paradigma economico fondato sull’idea della crescita infinita, che ha portato allo sfruttamento incontrollato di risorse invece finite, scontrandosi contro i limiti fisici del pianeta ma anche con la maggioranza della popolazione mondiale che oggi ne rimane esclusa. Nel 2009, nel corso del negoziato sul clima il governo della Bolivia e altri cinquanta paesi hanno avanzato una richiesta di compensazione per il debito climatico generato dai paesi del Nord a causa delle emissioni derivate dal modello industriale estrattivista degli ultimi 200 anni[6].
[1] Borensztein, E. and Panizza, U. (2008). The costs of sovereign default. IMF Working Paper WP/08/238. www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2008/wp08238.pdf
[2] IMF list of LIC Debt Sustainability Analyses, June 2012 http://www.imf.org/external/pubs/ft/dsa/dsalist.pdf
[3] IMF list of LIC Debt Sustainability Analyses, June 2012 http://www.imf.org/external/pubs/ft/dsa/dsalist.pdf
[4] Jubilee Debt Campaign, The state of debt: Putting an end to 30 years of crisis, May 2012. http://www.jubileedebtcampaign.org.uk/download.php?id=1084
[5] Jubilee Debt Campaign, The state of debt: Putting an end to 30 years of crisis, May 2012 http://www.jubileedebtcampaign.org.uk/download.php?id=1084