
La disponibilità di risorse naturali è stata uno dei fattori chiave alla base dello sviluppo industriale in Europa. Inizialmente erano costituite dai corsi d’acqua e dalle foreste, ancora diffuse nel Vecchio Continente fino ai margini di quelle che poi sono diventate città e metropoli.
Ma quasi da subito anche le risorse naturali che provenivano dal Sud, all’epoca dalle colonie britanniche, francesi, spagnole, belghe, hanno giocato un ruolo fondamentale. Nel passaggio dalla fine del periodo coloniale alle nuove relazioni stabilite con paesi divenuti indipendenti, l’influenza del Nord sulla gestione delle risorse del Sud si è trasformata, ma non è di certo diminuita.
Privatizzazioni e liberalizzazioni imposte dalla Banca Mondiale in seguito alle ripetute crisi del debito sono partite dall’ambito delle risorse naturali. Gli accordi commerciali e di investimento multilaterali e bilaterali tra l’Unione Europea, i paesi membri o gli Stati Uniti e i paesi del Sud sono focalizzati sulle risorse naturali, e sul garantire un accesso privilegiato a investitori del Nord.
L’assistenza tecnica offerta nell’ambito di programmi di cooperazione per una “migliore gestione delle risorse naturali” in molti casi suggeriva una gestione privata e non pubblica, finendo con l’affiancare interessi privati a danno non solo delle risorse in questione, ma anche delle comunità che vivono sul territorio.
La Banca Mondiale insegna alla Repubblica Democratica del Congo come gestire le proprie risorse
La Repubblica Democratica del Congo è uno dei paesi più ricchi di risorse e allo stesso tempo più poveri al mondo. Anche durante la dittatura di Mobutu, l’estrazione e il commercio di risorse come diamanti ma anche rame, oro, argento è continuata senza sosta. In seguito alle elezioni del 2006, la comunità internazionale ha realizzato la più grande cancellazione del debito della storia, subordinata ad alcuni “desiderata”. Tra le prime riforme “suggerite” al paese ci sono state quella del codice minerario e di quello sulla gestione delle foreste, per mano della Banca mondiale. Tutto andava privatizzato, per garantire una gestione migliore. O più semplicemente per permettere ad aziende del Nord di ottenere concessioni di sfruttamento a condizioni super vantaggiose?
La storia non è andata proprio così, come ci dimostra il settore minerario. Nel 2005, il governo, con il pieno sostegno degli immancabili consulenti della Banca Mondiale, ha firmato tre accordi che hanno trasferito oltre il 70% delle preziose riserve di rame e cobalto della azienda nazionale Gecamines a tre compagnie minerarie private canadesi, la Kinross-Forrest, la Global Enterprise Company e la Phelps Dodge. Successivamente la World Bank è stata fortemente criticata dal parlamento congolese per aver favorito un accordo sfavorevole in termini assoluti per il Paese, visto che ha lasciato la compagnia nazionale, a ristrutturazione conclusa, senza valore e con un debito di oltre 1,5 miliardi di dollari. Bell’affare…
Ma l’industria estrattiva può essere sostenibile?
La Banca mondiale investe tantissimo in progetti per l’estrazione di combustibili fossili, con la pretesa che grazie al suo intervento i progetti finanziati contribuiscono anche alla lotta alla povertà. Nel 2001 la stessa Banca Mondiale aveva iniziato l’Extractive Industry Review – un processo multistakeholder di revisione degli impatti dell’industria estrattiva sulle comunità e sull’ambiente – che aveva dato dei risultati nettissimi. L’estrazione di petrolio e gas era stata dichiarata dannosa per le persone e per l’ambiente e alla Banca Mondiale fu suggerito di smettere di investire nel settore entro il 2008. Non solo la Banca non l’ha fatto, ma ha addirittura aumentato i propri investimenti. Fra il 2006 e il 2012 si è attestata intorno ai 12 miliardi di dollari, anche riprendendo l’investimento nel carbone con la mega centrale di Tata Mundra in India e quella di Medupi in Sudafrica.
L’istituzione non ha recepito le raccomandazioni dalla commissione indipendente, ma non è stata nemmeno in grado di imparare dalle lezioni del passato. Nel 2000, infatti, la Banca aveva finanziato il contestato oleodotto e gasdotto Chad- Cameroon. Una arte dei proventi petroliferi destinati al Ciad dovevano essere veicolati in un fondo per “investimenti nella lotta alla povertà”. Nel 2006 lo scandalo: quei soldi erano stati spesi dal governo per acquistare armi. Quando richiamato all’ordine, il governo ciadiano ripagò anticipatamente la Banca, di fatti dimostrando come quest’ultima non fosse in grado di influire sulla good governance del paese, né di fare in modo che le risorse estratte fossero utilizzare per il bene collettivo.
Il mercato non protegge le foreste
Il nuovo mantra per la gestione delle risorse naturali è che …ci pensa il mercato! Così gli aiuti pubblici allo sviluppo vengono utilizzati da governi e istituzioni finanziarie “per lo sviluppo” come la Banca Mondiale per sostenere la creazione di iniziative a sostegno della creazione di mercati del carbonio collegati alle risorse naturali. Secondo la Banca e gli altri fautori del mercato, la gestione di risorse come l’acqua, la terra, le foreste, ma anche la biodiversità e le specie in via di estinzione sarebbe garantita da un mercato di emissioni che assegna a ciascuna risorsa un prezzo, uniformandole (un albero è un albero, non è importante dove si trovi), e quindi commercializzando i “servizi” forniti dalle stesse, come la capacità di catturare CO2. Una manna per i mercati finanziari, visto che il carbonio è per definizione un derivato finanziario: ovvero un titolo che certifica la promessa di una “non emissione” di una tonnellata di CO2 in un prossimo futuro. Il potenziale per una bolla speculativa senza precedenti – oltre che per truffe da record come quelle riportate negli anni passati sul mercato europeo ETS – dovrebbe far rabbrividire i più.
Oltre a questo, se per costruire un’autostrada devo tagliare diversi ettari di foresta primaria – come nel caso dell’Amazzonia brasiliana – una compensazione monetaria non basterebbe a compensare il danno, e tanto meno investire nella protezione di un’altra foresta dalle caratteristiche simili sarebbe una soluzione auspicata. Non garantirebbe la tutela dei diritti delle comunità che vivono da generazioni proprio in quella foresta. Per questi e per altri motivi numerose organizzazioni dei popoli indigeni, reti contadine come La Via Campesina e numerose organizzazioni della società civile sono contrarie a includere le foreste nel mercato del carbonio. Mentre la Banca Mondiale ha creato da qualche anno il primo fondo pilota, il Forest Carbon Partnership Facility, che va proprio in questa direzione. Cercando di proporre il mercato come soluzione, e lo stesso trickle down effect che ancora stiamo aspettando di vedere. Solo che questa volta a beneficiarne non sono singole aziende, ma fondi di investimento, banche e grandi investitori che cercano solo profitti sempre più alti, senza nessun obiettivo di lotta alla povertà…