
[di Antonio Tricarico]
pubblicato su Il Manifesto del 20/07/13
I ministri delle finanze del G20 si sono ritrovati a Mosca per due giorni per fare il punto sulla crisi economica e finanziaria globale che ancora attanaglia soprattutto le economie europee e preparare il vertice dei capi di Stato e di governo delle venti economie più forti del pianeta che si terrà a San Pietrobrugo ad inizio settembre.
La prima volta da ministro dell’economia italiano per Fabrizio Saccomanni, che ha subito fatto notare la sua presenza con dichiarazioni sorprendenti non appena giunto a Mosca. Per far fronte all’emergenza debito il governo italiano sembra studiare la possibilità di mettere sul mercato non solo beni immobiliari del demanio, come già iniziato dal governo Monti, ma anche le quote di partecipazione in grandi imprese multinazionali, tra cui Eni, Enel e Finmeccanica.
O per meglio dire, il governo si pone il problema di come valorizzare al meglio questi asset pubblici per costruire su questi meccanismi finanziari che consentirebbero la riduzione del debito pubblico. Quello che in gergo viene detto collaterale portato a garanzia dei debiti.
Infatti la presenza pubblica nei gioielli di famiglia rimasti ad un paese in forte deindustrializzazione genera ancora grossi dividendi per lo Stato. Motivo per cui questo non interferisce mai anche quando le grandi imprese nostrane causano devastazioni ambientali e sociali, come nel settore energetico, se non si rendono responsabili di gravi reati di corruzione – si pensi al recente scandalo Saipem in Algeria, o a quello passato e le nuove accuse ricevute dall’Eni per le operazioni in Nigeria.
Questo flusso di dividendi per il ministero dell’Economia potrebbe essere un’ottima base per emettere titoli e finanziarsi sui mercati a tassi magari più bassi del solito, secondo una logica di ingegneria finanziaria non così lontana da quella che ha portato al collasso del sistema finanziario con il crack di Lehman Brothers nel 2008. Insomma, se la finanziarizzazione dell’economia ci ha portato sull’orlo del baratro, i governi si impegnano per fare anche meglio e superare le stesse follie del settore privato.
Al pari di Saccomanni, molti suoi colleghi del G20 finanze sono a caccia di risorse per far fronte alla crisi ed alla recessione perdurante. Non a caso la questione dell’evasione ed elusione fiscali peraltro ha goduto sorprendentemente dell’attenzione della comunità internazionale allo scorso vertice del G8 di giugno ed ora lo stesso avviene proprio al G20 sotto la presidenza russa.
Proprio ieri l’Ocse ha reso pubblico il suo studio sull’erosione della base imponibile e lo spostamento dei profitti da parte dei grandi gruppi multinazionali. Si pensi che colossi come Apple non hanno pagato alcuna tassa in Inghilterra nel 2012 dove vendono in maniera strabiliante. E simili contraddizioni sono emerse per Starbucks e Google, solo per menzionare i nomi più noti. Tanti altri sono stati rivelate dalle indagini giornalistiche dell’offshore leaks la scorsa primavera.
Il business internazionale, con l’aiuto delle poche e strapagate grandi aziende di consulenza fiscale, ha ormai sviluppato metodi molto sofisticati per spostare legalmente i profitti dai paesi dove sono prodotti ai paradisi fiscali. Anche perché molto spesso i profitti sono generati tramite le rendite legate a beni intangibili, come i diritti di proprietà intellettuale su marchi e brevetti. Le cifre a livello internazionale sono colossali: stime parlano di entrate mancate per i governi dell’Unione europea che oscillato tra i 500 e 1.000 miliardi di Euro l’anno.
Su molti punti l’analisi degli esperti di Parigi è quanto mai impietosa: siamo fermi ad un sistema di tassazione delle imprese centrato sul livello nazionale che oramai è superato dalla storia e gli sforzi per la cooperazione internazionale sono ancora troppo limitati. A soffrirne tanto sono anche i paesi in via di sviluppo che si vedono privati di importanti risorse nei propri bilanci statali con cui potrebbero aumentare le spese per l’istruzione e la sanità a fronte di crisi sociali diffuse da decenni. Stime minimali parlano di 1.000 miliardi l’anno che fuggono verso i paradisi fiscali.
Purtroppo l’Ocse non si spinge al punto di raccomandare l’obbligo di una dichiarazione pubblica da parte delle multinazionali dei propri redditi, profitti e tasse pagate paese per paese. In questo modo sarebbe molto più semplice tracciare l’elusione fiscale ed imbarazzare le autorità dei ben noti paradisi fiscali.
Ma prima che i governi del G20 si muovano e facciano pagare dazio a chi deve saranno necessari ancora molti scandali di dominio pubblico. E magari anche tante proteste “indignate” di ricchi evasori, come quella di ieri di Dolce e Gabbana che hanno serrato i loro negozi a Milano dopo essere stati bacchettati dal Comune meneghino per la loro plateale condanna per evasione fiscale per centinaia di milioni di Euro.
D’altronde gli stilisti milanesi sanno bene che non sono gli unici ad evadere il fisco, anche se tra i pochi noti pizzicati fino ad oggi. Tornando ai gioielli di Stato che potrebbero essere svenduti, ben pochi considerano che una parte degli extra-profitti di Eni, Enel e Finmeccanica potrebbero derivare anche da una disinvolta, seppur legale, condotta fiscale tramite la loro presenza in ben noti paradisi.
Il ministero di Via XX Settembre, ossessionato dal fare cassa in ogni modo per ridurre il proprio debito, ha sempre taciuto sulla possibile elusione fiscale delle grandi aziende “di Stato” se queste continuano a staccare lauti dividendi. Potremmo dire che in fin dei conti quello che si toglie alla mano destra dello Stato in parte finisce nella sinistra.