
[di Luca Manes]
Su un tratto di costa del Somerset, non lontano dal confine con il Galles, il Regno Unito vorrebbe costruire la prima centrale nucleare da oltre due decenni a questa parte.
Hinkley Point C dovrebbe sorgere nei pressi del mare, accanto a un impianto in fase di decommissioning e a un altro ancora in funzione, ma che in teoria a breve dovrebbe andare in pensione. Dovrebbe essere un impianto di terza generazione, ossia improntato sulla tecnologia EPR fornita dalla compagnia francese EDF, e dovrebbe produrre 3.200 megawatt di energia.
L’uso smodato di condizionali non è un vezzo, quanto una necessità. Non è detto che Hinkley Point C vedrà mai la luce. Tanto per cominciare la scadenza del 2023 per il completamento dei lavori è un termine che non sarà rispettato. È ormai ufficiale, la EDF, a capo del consorzio costruttore, non ha ancora trovato l’accordo con i partner cinesi, che forse non hanno più tanta voglia di investire in un progetto che avrà dei costi altissimi. Secondo le ultime stime per approntarlo serviranno 24,5 miliardi di sterline, 30 miliardi di euro, 15 a reattore. E poi l’EDF, per oltre l’80% del governo francese e che a sua volta in Italia detiene il 99% dell’Edison, non naviga in buona acque. Anzi, sta affogando nei debiti, ora attestatisi a 33,4 miliardi di euro – debito che aumenta senza soluzione di continuità da oltre un lustro.
Dati su cui dovrebbe riflettere anche il governo britannico, come ha chiesto expressis verbis il Financial Times pochi giorni fa. “Bisogna approfittare di questa pausa per riconsiderare tutto l’impianto del progetto mal concepito”, il secco invito fatto recapitare a Downing Street dal quotidiano finanziario.
Difficile dar torto agli editorialisti di FT. Nell’ottobre del 2013 Londra ha accordato all’EDF garanzie su prestiti per ben 10 miliardi di sterline e ha stabilito uno strike price a palese vantaggio dell’impresa. Per un periodo di 35 anni, a partire dal 2023 (termine che, come sappiamo, sarà da rivedere…) ai transalpini si assicura un prezzo di vendita dell’energia di 92,5 sterline a megawatt per ora. Esattamente il doppio del costo attuale. L’importo andrà chiaramente attualizzato in relazione al tasso di inflazione, ma ciò che rileva dell’intero meccanismo contrattuale è che se l’EDF non potrà distribuire l’elettricità a quel prezzo la differenza ce la metteranno gli utenti con una sovrattassa in bolletta. La logica che sottende questa apparente clausola capestro è che fra circa un decennio i combustibili fossili saranno talmente cari che il nucleare converrà, anche a quelle cifre apparentemente ora fuori mercato. Altro punto su cui il Financial Times ha trovato da ridire, rammentando come il prezzo del petrolio sia in calo da mesi e forse non destinato a salire per altri anni.
Ma sulle clausole anche altri hanno storto il naso. In primis l’Unione europea, che non a caso a fine 2013 ha voluto vederci chiaro, aprendo un’istruttoria per verificare se erano state violate le norme comunitarie sulla concorrenza. In quei giorni la posizione dell’UE, dai toni molto duri e netti, sembrava non concedere scampo a Hinkley Point C. A metà ottobre dello scorso anno la sorpresa: l’Inghilterra poteva avere la sua nuova centrale nucleare, la commissione uscente aveva dato il via libera, non senza dissidi interni e un quasi sicuro ricorso dell’Austria alla Corte di Giustizia Europea.
Nel frattempo anche nella City c’è stato chi ha criticato aspramente il deal. Il rapporto lanciato nell’ottobre del 2013 dalla società di analisti Liberum Capital aveva un titolo inequivocabile: “Flabbergasted”. Ovvero sbigottiti dai termini contrattuali concessi all’EDF, per cui si prevede un ritorno sugli investimenti tra il 20 e il 30 per cento, se tutto dovesse filare liscio. A lasciare perplessi gli autori della pubblicazione era “l’enorme scommessa fatta dal governo sull’aumento vertiginoso del costo dei combustibili fossili”. Scommessa perdente, almeno secondo gli esperti di Moody’s, che in un studio del 2014 avevano evidenziato come fosse assai improbabile che la bolletta energetica degli inglesi potesse aumentare un granché entro il 2020, sia a causa della diminuzione dei consumi che della crescita delle fonti rinnovabili. Concetto ribadito ultimamente dal Financial Times, sottolineando la continua discesa del prezzo del petrolio.
Sullo sfondo, poi, rimangono i timori per la salute e l’ambiente che lo sfruttamento dell’atomo per consuetudine porta con sé. La popolazione dell’area sembra accettare passivamente il nuovo impianto, sebbene rimangano importanti “sacche di resistenza”. Gli attivisti della Stop Hinkley Point Campaign sono preoccupati per i pericoli posti dalle frequenti alluvioni che flagellano la regione e sulle evidenti conseguenze dell’erosione costiera.
Sulla scorta delle ultime notizie, forse c’è da essere ottimisti. Già una volta Hinkley Point C rimase sulla carta. Alla fine degli anni Ottanta, infatti, la privatizzazione estrema del settore energetico portata avanti da Margaret Thatcher determinò il collasso del comparto nucleare, che fino ad allora si basava su un massiccio coinvolgimento statale.
A resuscitare il programma nucleare ci ha pensato nel 2005 il leader del New Labour Tony Blair, nonostante in precedenza i laburisti si fossero dichiarati contro lo sfruttamento dell’atomo. L’ex premier voleva un nucleare senza sussidi pubblici e calato al 100 per cento nei meccanismi di mercato. Un’utopia, come dimostrano gli aiuti di stato concessi all’EDF dall’allora governo di coalizione Lib Dem-Tory guidato da David Cameron, che ora con un monocolore Tories si ritrova a gestire la realizzazione di un’opera che pare non essere più troppo gradita.