
[di Luca Manes] pubblicato su pagina99.it
Con i suoi 6.650 chilometri, il Nilo è il fiume più lungo del Pianeta. Attraversa dieci Paesi, quattro dei quali hanno seri problemi di scarsità d’acqua. Il Bacino del Nilo copre un’area di circa 3 milioni di chilometri quadrati, abitata da 160 milioni di persone. Gli esperti affermano che il fiume non ha una portata sufficiente per soddisfare le esigenze di irrigazione di tutti i Paesi del Bacino. Le grandi dighe, sia quelle esistenti ma soprattutto quelle in fase di progettazione, si vanno a innestare in un contesto già a dir poco complesso.
A cominciare da quella che, una volta completata, diverrà la diga più grande del continente africano. Il suo nome è quanto mai altisonante: Grand Renaissance Dam. Al momento è in fase di costruzione sul tratto del Nilo Blu che attraversa la regione etiopica di Benishangul-Gumuz, nella parte occidentale del Paese e vicino al confine con il Sudan. Un’opera controversa, che a pieno regime sarà capace di generare 6mila megawatt e i cui lavori sono stati affidati senza gara d’appalto all’impresa italiana Salini. A essere preoccupati sono soprattutto Sudan ed Egitto.
Si stima infatti che il mastodontico bacino artificiale creato dalla diga potrebbe “bloccare” in modo molto serio i flussi di acqua prodotti dal Nilo Blu. In meno di un lustro i Paesi a valle si ritroveranno con effetti drammatici per l’agricoltura e le riserve idriche. Problema in buona parte confermato da il comitato di esperti selezionato dai tre Stati interessati, il cui studio – che solleva anche altre criticità – non è però vincolante.
Intanto l’Egitto ha continuato la sua offensiva diplomatica e comunicativa contro la Grand Renaissance Dam. La visita in Italia del ministro dell’Irrigazione Mohamed Abdel Motteleb , nello scorso febbraio, ha prodotto dei primi risultati, se è vero che poche settimane fa il portale africano zegabi.com riportava che l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari, ha dichiarato di voler mediare in prima persona tra i governi del Cairo e di Addis Abeba. Massari ha ribadito che non ha alcun potere diretto sull’operato della Salini, ma intanto si è preso un impegno i cui effetti saranno da monitorare nei prossimi mesi.
Pochi giorni fa l’ennesimo colpo a sorpresa della vicenda: il ministro degli Esteri egiziano Nabil Fahmy ha affermato che il suo Paese avrebbe offerto all’Etiopia di co-finanziare l’opera, prefigurando un comitato congiunto per la gestione dell’impianto.
La questione legata ai fondi è tutt’altro che secondaria. Anzi. L’opera ha costi stimati intorno ai cinque miliardi di dollari, dietro l’angolo c’è il possibile coinvolgimento cinese e una sorta di “contributo obbligatorio” da parte dell’intera cittadinanza.
La Banca mondiale e la Banca africana di sviluppo, nonostante un passato infarcito di finanziamenti per le grandi dighe, si sono ben presto sfilate, manifestando dubbi sulla fattibilità e l’opportunità del progetto. Jan Mikkelsen, il rappresentante del Fondo monetario in Etiopia, ha sottolineato come “l’opera vada ripensata per non drenare una larga fetta delle risorse economiche del Paese da destinare alle spese di ordinaria amministrazione”.
I lavori, però, vanno avanti. A fine febbraio un rappresentante della EEPCO, la compagnia costruttrice, ha comunicato che il 30 per cento della Grand Renaissance Dam è stato completato, ma che già il prossimo agosto l’impianto sarà in grado di produrre energia. Si attendono ulteriori sviluppi…