
Invece di assicurare lo “sviluppo” di alcune comunità indigene, un programma della Banca mondiale in Etiopia, sostenuto in maniera generosa dalla cooperazione britannica, ha contribuito al loro reinsediamento forzato. Lo rivela un rapporto confidenziale dell’organismo di controllo interno della stessa World Bank, ottenuto dal Consortium of Investigative Journalists e il cui contenuto è stato divulgato dal quotidiano d’oltre Manica The Guardian.
In base a quanto rivela l’indagine, l’istituzione con sede Washington avrebbe violato le sue stesse regole e linee guida, nonché non avrebbe condotto i dovuti controlli né nella fase preliminare, né durante l’attuazione del progetto, di fatto agevolando le pratiche di rilocazione spesso violenta messe in atto dal governo di Addis Abeba. Pratiche già impiegate in altre località del Paese nel corso degli ultimi anni.
Inizialmente il programma messo in atto dalla Banca mondiale, a cui il Regno Unito ha contribuito con ben 388 milioni di sterline, doveva servire per migliorare una serie di servizi pubblici, tra cui la sanità e l’istruzione, degli Anuak. Ma decine di migliaia di appartenenti a questa minoranza etnica sarebbero stati invece letteralmente scacciati dalle loro case e dalle loro terre per mettere in piedi un programma di agricoltura intensiva a fini commerciali. Un’accusa che l’esecutivo etiope nega con forza, ma che numerose organizzazioni per la tutela dei diritti umani rilanciano, documentando come una parte degli sfollati sarebbe finita in alcuni campi profughi nel Sud Sudan, in condizioni peraltro molto difficili – nei campi sovraffollati mancherebbero cibo e medicine.
Il rapporto interno sconfessa la posizione ufficiale della Banca mondiale, secondo cui non ci sarebbe nessun collegamento tra quanto sta accadendo sul campo e il progetto sostenuto dell’organismo multilaterale di sviluppo. Il denaro messo a disposizione, quindi, sarebbe potuto essere usato in ben altra maniera, come denunciano gli esponenti della Ong californiana Oakland Institute.
La World Bank e il ministero per la Cooperazione del Regno Unito non hanno voluto rispondere alle domande poste loro dai giornalisti del Guardian.