La vera diga che fermerebbe la corruzione: ma Renzi la chiederà davvero all’Europa?

[di Antonio Tricarico]

Expo di Milano, diga del Mose, autostrade padane e adriatiche, Pedemontana veneta. Dalle carte della maxi-inchiesta della Procura di Venezia sembra emergere che la regia di tutti gli appalti della ‘cupola’ fosse la stessa, piazzata in Lussemburgo, ben al riparo dalla giustizia italiana e in modo che la cassaforte degli incassi si trovasse nei paradisi fiscali.

La cosa dovrebbe far riflettere con urgenza il governo italiano, che proprio ieri ha avuto mandato dal Consiglio europeo di negoziare con il Parlamento e la Commissione Europea il testo finale della nuova legge comunitaria contro il riciclaggio. Va ricordato, infatti, che la corruzione è ormai considerata dal diritto penale del Vecchio Continente reato preliminare per il riciclaggio stesso.

A svelare il sistema di controllo globale del “sistema Veneto-Milano” di tangenti, favori ed elargizioni, sono i documenti di una finanziaria lussemburghese, la Abm Merchant S.a., fallita tre anni fa. Secondo quanto riportato da Lettera 43, la guardia di finanza e i magistrati di Milano e Cagliari hanno trovato le prove di tutti gli intrecci delle società legate all’ex amministratore delegato di Mantovani, Piergiorgio Baita, alla segreteria del governatore Giancarlo Galan, al suo braccio destro Claudia Minutillo e ad Alberto Rigotti, già vincitore di appalti per almeno mezzo miliardo per l’Expo.

Saremmo in presenza di un unico lungo filo conduttore che lega gli appalti del Mose e dell’Expo, con la Mantovani (Mose e Passante di Mestre) e la Torno costruzioni (Expo e tunnel di Linate) e che conduce ai soldi nascosti in Belize e alle Isole Vergini Britanniche, ben noti paradisi fiscali.

Al cuore della revisione della direttiva sul riciclaggio vi è la proposta di creazione di un registro pubblico di imprese e trust in tutti i paesi dell’Unione europea che riveli a chiunque sia interessato chi sono i beneficiari ultimi – ossia i veri proprietari – di società di comodo e scatole cinesi che prolificano anche nei paradisi fiscali europei – leggi la City di Londra, Lussemburgo e la “civilissima” Olanda.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, una misura così ovvia è attuata solo in pochissimi paesi dell’Ue. Tra questi l’Italia, sebbene i controlli su quello che dichiarano soprattutto le imprese di capitale non sono così stringenti, con il rischio che talvolta sono iscritti nel registro i “nominati” più che i veri proprietari.

Anche paesi come la Germania si oppongono con fermezza alla creazione di un registro pubblico, adducendo motivi di privacy commerciali e vincoli che derivano addirittura dalla Costituzione tedesca. I recenti mega scandali che hanno fatto emergere la Tangentopoli 2.0 mostrano come il sistema della corruzione in Italia sia scientificamente organizzato e utilizza a man bassa i paradisi fiscali europei e non. Se si vuole combattere davvero la corruzione, bisogna spuntare in partenza le armi del riciclaggio dei proventi della corruzione.

Bisogna quindi chiedersi se Padoan e Renzi sbatteranno davvero i pugni sul tavolo e impiegheranno con leadership la presidenza di turno europea per dire sì alla richiesta del Parlamento europeo di imporre a tutti paesi Ue un registro pubblico dei beneficiari ultimi delle imprese. Conteranno i fatti, le chiacchiere e i tweet fanno ben poco contro il crimine organizzato della corruzione nostrana.

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