
“Presteremo i nostri soldi per la realizzazione di centrali a carbone, ma solo in casi molto rari e in paesi dove non esistono alternative”. Questo, in estrema sintesi, quanto segnalava la Banca mondiale nei suoi Energy Directions Paper (la documentazione relativa alla nuova strategia energetica dell’istituzione) lo scorso luglio. Una direttiva salutata con favore anche da molte realtà della società civile internazionale.
Per dimostrare la bontà delle sue intenzioni, la World Bank potrebbe allora fermare i finanziamenti per il settore carbonifero in Indonesia, altrimenti non farebbe altro che confermare la sua abilità nel gestire le pubbliche relazioni, senza poi dar seguito ai suoi piani virtuosi.
È quanto sostiene, per esempio, l’associazione statunitense Oil Change, che in un suo recente studio mostra il ruolo giocato dai banchieri di Washington nel legare l’Indonesia (il più grande esportatore mondiale di carbone) al più inquinante di tutti i combustibili fossili.
Invece di dare inizio a un processo di transizione, si preferisce battere la “strada vecchia”, che peraltro non ha portato benefici rilevanti allo sviluppo del settore energetico del settore asiatico, visto che l’accento è sempre stato posto sull’export.
Nonostante ciò, si è già materializzato il primo assegno di una trentina di milioni di dollari per il Central Java Power Project, staccato tramite l’Indonesia Infrastructure Guarantee Fund, creatura ideata e foraggiata dalla Banca mondiale. C’è ancora un po’ di margine per fare un passato indietro e smentire, almeno una volta, l’adagio “fatta la legge, trovato l’inganno”.