
[di Luca Manes] pubblicato su pagina99
Il governo etiope sta scacciando dalle loro terre le comunità indigene della bassa valle dell’Omo, situata nel sud del Paese, in totale assenza di adeguate consultazioni. Addis Abeba intende far così posto a estese piantagioni di canna da zucchero che gestirà in maniera diretta.
Negli ultimi 15 mesi almeno 7mila persone di etnia Bodi sono state costrette a lasciare le loro abitazioni senza ricevere alcuna compensazione, secondo quanto riportato da Human Rights Watch e dalla Ong statunitense International Rivers, che con immagini satellitari alla mano hanno documentato quanto sta accadendo nell’area. Il territorio dove da sempre vivevano i Bodi è profondamente segnato da canali di irrigazione e da strade. Eppure la normativa etiope prevede ci debba essere il consenso espresso delle popolazioni indigene per questo tipo di interventi. Consenso che, come evidenziato, non è mai stato concesso.
Human Rights Watch ha inoltre denunciato vari episodi di violenza collegati alle pratiche di reinsediamento forzato. L’organizzazione già nel 2012 aveva ammonito sui rischi per le comunità locali costituiti dai piani dell’esecutivo di Addis Abeba.
Nonostante faccia parte dei World Heritage Sites dell’Unesco, il bacino della Valle dell’Omo è da anni “sotto attacco” da parte delle autorità governative. Oltre alle piantagioni e ad altre attività agricole su vasta scala, uno dei fattori di grande tensione è costituito dal completamento dei lavori della mega diga Gibe III. Opera in grado di produrre 1.870 megawatt di energia a pieno regime e del cui completamento si sta occupando l’impresa italiana Salini, anche grazie ai finanziamenti della Indutrial and Commercial Bank of China. Ma, a differenza di tanti altri impianti idroelettrici sparsi per il Pianeta, Gibe III non beneficia del denaro della Banca mondiale e di altre istituzioni internazionali, per le quali il progetto è apparso fin dai suoi albori troppo controverso. Oltre due anni fa anche la cooperazione italiana, che invece aveva dato un cospicuo sostegno per gli impianti di Gibe I e II, ha preferito chiamarsi fuori dal progetto.
Tutti questi elementi rischiano seriamente di ridurre in maniera drastica le risorse idriche del fiume Omo, da cui dipendono oltre 500mila persone sia in Etiopia che nel confinante Kenya. Almeno 150mila cittadini etiopi che abitano nella zona saranno spostati in villaggi costruiti ad hoc, come già successo, non senza conseguenze negative, in altre parti del Paese. A causa dello sbarramento, il lago Turkana, che si trova quasi interamente in Kenya e riceve il 90 per cento delle sue acque dal fiume Omo, subirà conseguenze devastanti. La pesca, ma anche le attività agricole e di pastorizia, dovranno fare i conti con lo “sviluppo” ideato dal defunto primo ministro Meles Zenawi e portato avanti dal suo successore Haile Mariam Desalegn. Un modello che non tiene in alcun conto le comunità locali, tanto che per le piantagioni di canna da zucchero in fase di realizzazione non è stata pubblicata alcuna analisi degli impatti sociali e ambientali.