
Ormai è universalmente riconosciuto che la crescita economica, il progresso e la tecnologia non sono indicatori di sviluppo, ma è necessario aggiungere l’autodeterminazione dell’individuo, la libertà politica, la sicurezza, la partecipazione attiva ai processi decisionali, l’aspettativa di vita, i diritti delle persone, l’uguaglianza, le libertà politiche e i diritti come determinazioni essenziali del grado di benessere sociale raggiunto.[1]
Da qui la lotta alla povertà, l’aiuto umanitario, la tutela dei diritti umani e dei beni pubblici globali, tangibili e intangibili e lo sviluppo umano diventano imperativi per la cooperazione allo sviluppo.
Ma sempre più spesso i grandi progetti di cooperazione finanziati da istituzioni globali come per esempio Banca mondiale e Banca europea per gli investimenti (BEI) vengono realizzati da imprese private e multinazionali che provocano più danni che benefici, violando i diritti umani delle comunità locali sul cui territorio svolgono le loro attività.
Diga di Chixoy in Guatemala
Per portare sviluppo in Guatemala durante una delle dittature che hanno insanguinato il paese tra il 1956 e il 1990, la Banca Mondiale e la banca Interamericana di sviluppo hanno finanziato la diga di Chixoy, costruita sull’omonimo fiume tra il 1976 ed il 1985. Il progetto era infatti parte del programma di sviluppo economico varato dal “governo”.
Per fare posto al bacino, sono state sfollate 3500 persone a Rabinal, nel dipartimento di Baja Verapaz, storicamente popolato dalle comunità Maya Achi. Il governo voleva reinsediare le comunità che vivono in una valle fertile in terre quasi montane. Quando centinaia di membri delle comunità si sono rifiutate di lasciare le loro terre o sono tornate dopo aver visto le condizioni delle nuove terra l’esercito ha rapito, violentato e ucciso uomini, donne e bambini. Ben 440 persone sono state uccise in quella che viene ricordata come la strage di Rio Negro. A distanza di 25 anni, non solo nessuno è stato punito per il massacro, ma le battaglie legali per ottenere giuste compensazioni da parte delle comunità sono ancora aperte.
Miniera di Mopani in Zambia
La maggior parte delle società minerarie finanziate dalla BEI in Africa hanno violato norme sociali ed ambientali. In Zambia, negli ultimi 10 anni, oltre l’80 per cento dei prestiti della BEI è andato al settore minerario. I progetti sono finanziati con il pretesto di promuovere lo sviluppo, mentre gran parte dell’energia finisce per l’esportazione con gravissimi impatti per le comunità locali.
Gigante delle commodities con sede in Svizzera, Glencore è leader mondiale del settore principale azionista di Mopani Cooper Mine (MCM), un consorzio minerario attivo nella “cintura del mare” dello Zambia. La MCM ha ricevuto 48 milioni di euro a condizioni agevolate dalla BEI: le risorse naturali sono un settore vitale per l’UE, garantendo le materie prime dell’industria e l’MCM con il suo principale azionista Glencor è un partner solido e produttivo dal punto di vista finanziario: un buon affare per una banca di investimenti, ma non prevedeva nulla a favore degli zambiani, che anzi ne vengono danneggiati. I profitti vengono trasferiti alla società madre di Zurigo e la MCM lascia un impatto devastante sull’ambiente. Le emissioni di biossido di zolfo e altre sostanze tossiche sono eccessive incidendo gravemente sull’ambiente e sulla salute delle comunità che vivono vicino alla miniera Mopani. Lo sversamento acido della miniera ha inquinato l’acqua potabile avvelenando circa 8mila persone. Nel 2012, la miniera è stata chiusa dal comitato di controllo ambientale dello Zambia per violazione delle norme ambientali è per di più il contesto lavorativo non sicuro ha provocato molte vittime tra i lavoratori e i contratti precari hanno consentito alla MCM facili licenziamenti: nel 2008 centinaia di lavoratori vennero licenziati dopo la caduta del prezzo del rame.
Economia dell’occupazione
Doppio binario dell’Unione Europea rispetto all’”economia dell’occupazione” di Israele. L’UE condanna lo Stato ebraico per le violazioni della legalità internazionale e dei diritti umani, simultaneamente siglando con il suo mercato accordi commerciali sempre più stringenti.
L’UE è infatti il più grande mercato di importazioni ed esportazioni per Israele, visto che i due terzi di tutto ciò che il Paese acquista dall’estero viene dall’Europa, per un totale di 14 miliardi di euro. Viceversa, l’UE importa da Tel Aviv per un ammontare di 11,2 miliardi. Somme che, nel loro complesso, equivalgono rispettivamente a circa il triplo e il doppio del PIL palestinese nel 2012 (Gaza esclusa). Le relazioni commerciali tra UE e Israele sono regolate dall’Euro-Mediterranean Association Agreement – l’Accordo di Associazione Ue-Israele, che regola le relazioni tra gli stati parte dell’Unione Europea e Tel Aviv e di fatto rappresenta l’integrazione di Israele nell’Unione Europea .L’articolo 2 dell’Euro-Mediterranean Association Agreement – parla chiaro: la precondizione necessaria affinché l’intero impianto sia valido è il rispetto dei diritti umani[2].
È proprio intorno all’articolo 2 che si sono concentrate negli ultimi anni le proteste e le rivendicazioni di chi, tra attivismo di base e organizzazioni internazionali, ha fatto appello all’ Europa perché sospendesse l’Accordo, o quantomeno lo mettesse in discussione, alla luce delle tante violazioni della legalità internazionale e dei diritti umani commesse dal governo israeliano contro la popolazione palestinese. Considerando illegali le colonie israeliane nei Territori Occupati infatti, l’Unione non dovrebbe importare quei beni prodotti da imprese israeliane al loro interno, quantomeno, non garantire loro quel ‘regime agevolato’ che l’Accordo di Associazione assicura in sede doganale.
[1] Sen A., Lo sviluppo è libertà, Milano, Mondadori, 2000
[2] Le relazioni tra le parti, così come le disposizioni dell’Accordo stesso, devono essere basate sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici che guidano le politiche interne e internazionali, e costituiscono un elemento essenziale di questo accordo”.