
Un tempo, per dominare economicamente un paese ricco di risorse naturali, le potenze occidentali estendevano la sovranità a questi paesi. Il loro obiettivo era anche quello di assicurarsi il predominio commerciale e lo sfruttamento del lavoro delle popolazioni assoggettate.
Ad accompagnare il dominio politico vi era solitamente un apparato di propaganda volta a far passare il messaggio della necessità di impiantare valori culturali ritenuti “superiori”. Il colonialismo ebbe inizio nel XVI secolo e terminò nel XX dopo fiumi e fiumi di sangue e sudore versati e di risorse naturali saccheggiate.
Oggi quel tipo di colonialismo è teminato, ma esiste ancora la versione moderna, il “colonialismo 2.0”, che in molti casi ha cambiato forma per lasciare inalterata la sostanza ed essere ancora più redditizio in un’economia mondiale senza governo.
Oggi è il Sud finanziare il Nord attraverso un flusso costante dieci volte superiore a quello rappresentato dagli Aiuti allo Sviluppo. Per sfruttare le risorse naturali del Sud non è necessario oggi avventurarsi in costose operazioni di controllo politico e militare. Almeno fin tanto sia possibile evitare le armi. Esistono altri mezzi più sofisticati e in sintonia con la struttura economico-finanziaria internazionale che le grandi potenze economiche utilizzano.
Accordi per quali investimenti?
Uno dei principali e più redditizi flussi di denaro che vanno da Nord a Sud del Mondo sono gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) che vengono fatti da imprese private spesso su spinta e incentivo dei Governi. Talvolta questi investimenti contribuiscono alla crescita dei Paesi del Sud, almeno sulla carta, e quasi sempre contribuiscono a proseguire nello sfruttamento delle loro risorse. A vantaggio degli investitori stranieri.
Le grandi istituzioni finanziarie internazionali, come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale, sono tra i principali promotori degli investimenti all’estero perché sono convinti che siano convenienti per tutti. Se nel 1985 il loro flusso era di 58 miliardi di dollari, prima della crisi del 2008 avevano raggiunto la cifra record di quasi 2000 miliardi di dollari. Il 70% degli IDE è diretto da e verso Paesi sviluppati anche se si sta registrando un continuo aumento della quota di investimenti da e verso i Paesi del Sud, in particolare le economie emergenti (India, Brasile, Cina). L’Africa invece riceve una quota limitata, anche se in crescita (4%) di IDE, incentrati soprattutto sulle materie prime e sulle commodities agricole.
Le stesse istituzioni hanno così incentivato investimenti su larga scala, o in grandi progetti – estrattivi, infrastrutturali, agricoli, di gestione delle foreste – che permettono una più alta remunerazione del capitale per gli investitori, per altro incentivando profonde riforme nella legislazione locale a discapito della tutela dei diritti dei lavoratori, della sicurezza e dell’ambiente, ma anche e soprattutto a favore di interessi stranieri a discapito di quelli nazionali. Sembra cioè che si siano dimenticate di un fattore centrale per la lotta alla povertà: la redistribuzione della ricchezza. Ovvero in altre parole, hanno promosso un modello perfetto per l’investitore privato straniero, ma estremamente negativo per le popolazioni locali, incluse le piccole imprese, in un’ottica che in molti – e senza fatica- definiscono coloniale.
Accordi sugli investimenti, per quale sviluppo?
Gli investimenti sono facilitati dai cosiddetti accordi bilaterali sugli investimenti (Bilateral Investment Agreement – BIT) esitenti a migliaia in tutto il mondo. I BITs sono accordi stipulati tra due stati per promuovere i flussi di investimenti attraverso l’adozione di obblighi internazionali riguardanti le condizioni per le quali un’impresa può entrare in un altro Paese e il trattamento che riceve rispetto ai soggetti economici nazionali. Uno dei limiti di questi tipi di accordi è che tendono a focalizzarsi quasi esclusivamente sui diritti degli investitori nei confronti dello Stato ospitante attraverso regole e principi che riducono il cosiddetto “spazio politico” di un Paese, ovvero la libertà di adottare una politica di sviluppo vincolata a determinati criteri che possono non essere esclusivamente quelli della massimizzazione del profitto dell’impresa straniera.
Un investimento è l’acquisto di un impianto, di un’impresa, o quote di tale impresa, da parte di un soggetto economico che può essere sia privato che pubblico. Tale investimento può avvenire all’interno dello stesso Paese o all’estero, in questo ultimo caso parliamo di investimenti esteri. Questi possono essere di due tipi. Quelli diretti sono orientati all’acquisto di assets fisici di un’impresa per rilevarla completamente o assumerne comunque il controllo, con una quota minima di almeno il 10%.
Quelli di portfolio hanno l’obiettivo invece non tanto di assumere la direzione di una attività produttiva, vale a dire realizzare profitto attraverso i guadagni derivanti da tale attività, quanto, piuttosto, utilizzare il proprio capitale per acquistare sul mercato finanziario azioni o titoli collegati a diverse attività di imprese in un’ottica di guadagno derivante dal loro rendimento finanziario. Nel caso l’investimento di portfolio sia di breve periodo, parliamo allora di vera e propria speculazione, un fenomeno che con l’avvento della globalizzazione neoliberista ha avuto un’ascesa impressionante. E’ il caso dei fondi di private equity, che operano tramite i mercati di capitale reinvestendo appunto in acquisti a breve termine soprattutto in settori “strategici” – come quello estrattivo e delle infrastrutture energetiche – nei paesi poveri e nelle economie emergenti.
La stessa IFC (il ramo della Banca mondiale che investe nel settore privato) utilizza questi fondi per investire nei paesi del Sud, perdendo però di vista gli obiettivi di sviluppo e addirrittura l’approccio “do no harm” del proprio portfolio.
All’interno degli investimenti diretti esteri possiamo distinguere tra due tipologie. I primi, Greenfield Investment, fanno riferimento all’avvio di un nuovo esercizio economico, mentre le Merger and Acquisition (M&A) riguardano l’acquisizione o la fusione di attività già esistenti da parte di un’altra impresa. La prima tipologia offre maggiori opportunità di sviluppo ad un Paese. Facendo un semplice esempio, se una compagnia decide di impiantare un nuovo stabilimento per la produzione di macchinari per la carta, essa porta potenzialmente nel Paese ospitante nuova tecnologia, nuovi posti di lavoro, anche qualificati, e un indotto produttivo: tutti elementi che possono concorrere a creare ricchezza.
Secondo un rapporto dell’Unctad del 2008, è stata l’Africa a garantire i maggiori tassi di rientro sugli investimenti. E non solo in termini di profitti sul capitale investito: in realtà il grande ritorno economico è rappresentato dallo sfruttamento delle materie prime (fra cui tutte quelle estrattive) e dai grandi progetti infrastrutturali. È il metodo più “regolare”, almeno apparentemente, e diretto per assicurare rifornimento a basso prezzo di materie prime fondamentali per il funzionamento della nostra economia, sopratuttto in un periodo di crisi come quello attuale. Come scrive Andrea Baranes nel libro “Come depredare il sud del mondo” è stato sufficiente sostituire la parola “sviluppo” a “colonialismo” per proseguire indisturbati nello sfruttamento delle enormi risorse di prodotti agricoli e minerari dei paesi più poveri.
Un sistema che ha incentivato l’accentramento di potere nelle mani delle elites nei Paesi del Sud, divenendo un vero e proprio limite per processi di democratizzazione e rappresentanza sempre più complessi. E portando all’aggravarsi di fenomeni di corruzione utilizzati dalle aziende straniere strumentalmente per assicurare queste nuove forme di colonialismo con trattamenti fiscali alle imprese estere di enorme vantaggio, riducendo o abbassando gli obblighi fiscali che invece sono imposti alle imprese locali. Gli enormi profitti garantiti dagli Investimenti Diretti Esteri sono spesso facilitati dall’elusione o l’evasione fiscale. Gran parte degli investimenti esteri che arrivano in Cina arrivano ad esempio dalle Isole Vergini, un paradiso fiscale passaggio utile a fondi che lasciano i Paesi del Sud in maniera illecita, rientrandoci poi “puliti” dopo aver sfruttato società di comodo registrate nei paradisi fiscali (la cosiddetta pratica del “roundtripping”, viaggiare in cerchio). Insieme alla Cina è l’India il Paese del “Sud” ad attrarre più investimenti: questa volta dalle Isole Mauritius, altro comodo paradiso fiscale.