1. Il Nord trasferisce ricchezza al Sud

flussi-denaro Nord Sud
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Se c’è qualcuno che ancora pensa che gli “aiuti allo sviluppo” realizzino ciò che è implicito alla loro stessa definizione, resterà deluso di fronte alla seguente affermazione: per ogni dollaro che il Sud riceve in aiuto pubblico allo sviluppo, 10 dollari seguono il percorso inverso, cioè tornano a Nord tramite l’utilizzo di sofisticati trucchi finanziari.

Se è vero che gli aiuti allo sviluppo rappresentano un flusso di capitali trasferiti da Nord a Sud, il flusso che da Sud torna a Nord è infinitamente maggiore, e avviene tramite gli ingenti profitti ottenuti dagli investimenti diretti esteri, l’elusione fiscale sui profitti realizzati dalle imprese del Nord nei paesi del Sud e l’efficienza dei paradisi fiscali, tramite progetti tanto faraonici quanto inutili nei paesi più poveri e lo scaricarne il costo sul loro debito estero, e anche grazie al mascheramento dei sussidi alle nostre imprese con progetti di cooperazione allo sviluppo[1].

Per questo riteniamo che la dipendenza dagli aiuti, fortemente e nettamente denunciata da varie organizzazioni di base ed intellettuali del Sud[2]  non sia un danno collaterale a un sistema altrimenti virtuoso, quanto piuttosto un obiettivo alla base di esso, e che dietro il paradigma sviluppista e ai suoi protagonisti ci sia proprio l’interesse primario di imporre un modello unidirezionale e asimetrico, nonché molto vantaggioso per il Nord.

Ecco alcuni esempi di come tutto questo avviene:

  • Debito estero e relativi interessi. Da più di trent’anni i paesi ricchi accumulano centinaia di miliardi di dollari all’anno grazie al debito di quelli poveri, spesso generato da progetti imposti che hanno garantito profitti sicuri alle nostre imprese e ricadute praticamente nulle in termini di sviluppo sulle comunità locali. Nel 2008 il debito estero totale dei paesi più poveri era pari a 168 miliardi di dollari. Nel corso del 2008, questi paesi hanno pagato oltre 8,3 miliardi dollari di interessi ai creditori, cioè oltre 23 milioni al giorno. Per tutti i “paesi in via di sviluppo, il debito estero totale “dovuto” nel 2008 era di 3700 miliardi di dollari e nel corso di tale anno hanno pagato 602 miliardi dollari di “spese di servizio”[3]. Nello stesso anno, l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo è stato pari a 119 miliardi di dollari[4], abbondantemente superato anche dai 305 miliardi di dollari[5]  a cui ammontavano, sempre nel 2008, le rimesse dei migranti.
  • Elusione ed evasione fiscale. Le imprese del Nord che anche tramite strumenti di finanziamento legati agli aiuti (come accade in Italia il fondo rotativo per lo sviluppo) realizzano affari nel Sud, riescono, grazie ai paradisi fiscali, a deviare un flusso finanziario da Sud verso Nord che da solo supera enormemente la somma degli aiuti allo sviluppo e degli investimenti diretti esteri. Ad oggi si contano più di settanta centri finanziari offshore e giurisdizioni segrete che favoriscono questo processo[6]. Si tratta di una vera e propria fuga di capitali sotto forma di flussi illeciti  che, secondo un rapporto pubblicato nel 2012 da Global Financial Integrity[7], oscilla tra gli 850 e i 1000 miliardi all’anno. Una valanga di soldi in fuga, che va a pesare negativamente sui bilanci pubblici dei paesi poveri e che, da un lato, aumenta il loro debito estero, e dall’altro smantella la capacità dei governi locali di assicurare la fornitura di beni e servizi. Servizi che vengono così privatizzati, (e spesso lasciati di competenza degli aiuti), aprendo enormi opportunità e nuovi mercati per le nostre imprese.
  • L’aiuto legato. Una ricerca commissionata dall’OCSE nel 2010[8] per la valutazione della attuazione della Dichiarazione di Parigi sull’efficacia degli aiuti ha scoperto come, nonostante le raccomandazioni OCSE, ad aggiudicarsi la maggior parte dei contratti finanziati con il sistema degli aiuti continuino ad essere imprese del Nord. Secondo una ricerca condotta nel 2011 da EURODAD[9] circa il 20% dell’aiuto bilaterale è ancora formalmente legato, e anche la maggior parte dei contratti di aiuto formalmente slegato va a imprese di paesi donatori. Circa i due terzi sono attribuiti ad aziende negli stati OCSE, e il 60% ad imprese del paese donatore. Nonostante gli accordi firmati in sede OCSE nel 2011, l’aiuto legato continua a essere un efficace strumento politico e commerciale che, garantendo preziosi ritorni alle imprese del Nord, concretizza l’effetto boomerang del sistema degli aiuti, provocando un flusso finanziario inverso rispetto a quanto dichiarato sulla carta.
  • Aid for trade. Più commercio uguale più sviluppo. Questo è stato per molti anni un principio-guida delle istituzioni di Bretton Woods: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione Mondiale del Commercio, che oggi sono pesantemente sotto scacco a seguito della crisi economica. E’ per questo che da molti anni vengono destinate al sostegno delle politiche di liberalizzazione commerciale anche ingenti quote degli aiuti allo sviluppo. Sono gli aiuti al commercio, una forma specifica di sostegno destinata ad assistere i paesi più poveri nell’adozione di politiche di apertura dei mercati. Mascherando l’aiuto al commercio da strumento di sviluppo si convincono i paesi più poveri ad aderire agli accordi di liberalizzazione del commercio secondo il sillogismo libero commercio = crescita economica e crescita economica = sviluppo.


[1] Andrea Baranes “Come depredare il Sud del Mondo”, Ed. Altreconomia, 2009

[2] Ending Aid Dependence (Yash Tandon); Development and Globalisation (Yash Tandon); Silences in the NGO discourse (Issa Shivji); Aid to Africa Redeemer or coloniser (Hakima Abbas, Samir Amin et al…).

[3] Dati tratti dal sito www.jubileesouth.org

[7] llicit Financial Flows From Developing Countries: 2001-2010, Dev Kar and Sarah Freitas, Dicembre 2012

[8] Clay, E., M Geddes and L. Natali (2009). “Untying Aid. Is it working? An Evaluation of  the Implementation of the Paris Declaration and of the 2001 DAC Recommendation of  Untying ODA to the LDCs.” Danish Institute for International Studies. Copenhagen. www.oecd.org/dataoecd/51/35/44375975.pdf

[9] Bodo Ellmers (2011). “How to spend it. Smart  procurement for more effective aid.” Eurodad. http://eurodad.org/4639/

 

 

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